Intervento di Aldo QUARTA

Grande Salento, il realismo del buon senso

  • Martedì, 04 Giugno 2019
Grande Salento, il realismo del buon senso

Per il giornalista Aldo Quarta «occorre uscire dal provincialismo e puntare sull’unione dei territori di Brindisi, Lecce e Taranto per guardare realisticamente alla possibilità di sviluppo del territorio comune in una logica europea e internazionale».

di Aldo QUARTA

Credo che sia necessario aggiungere qualche considerazione in merito al dibattito avviato sul Grande Salento, dopo l’intervento di Giacinto Urso e quello di Carlo Alberto Augeri. Prima di tutto occorre riflettere sul perché si continui a chiamarlo “Grande” e poi sul perché in tanti anni (decenni) il tema non abbia mai spiccato il volo. Il bello è che sia Urso che Augeri pongono questioni importanti (politico-amministrative il primo e culturali-programmatiche il secondo), come hanno ragione i tanti che si sono spinti a proporre in più occasioni (nel passato recente e remoto) l’idea-madre di un territorio vasto che comprenda le province di Lecce, Brindisi e Taranto. Mi riferisco non solo ad Ennio Bonea, ma anche a Claudio Signorile, Antonio Maglio, Lorenzo Ria, Giovanni Pellegrino, Antonio Gabellone, che pure su questa prospettiva si sono spesi in modo convinto; così come altri si stanno spendendo in questi ultimi tempi (Paolo Pagliaro, Lino De Matteis ed altri ancora, ognuno con le proprie idee).

Bisogna chiedersi, dunque, perché l’idea non decolla. A mio parere, non decolla perché, continuando a chiamarlo “Grande”, il Salento parte sconfitto, lasciando intendere più una sottaciuta volontà egemonica della provincia di Lecce sulle altre due che una sincera volontà dialogante. Sembra quasi un braccio di ferro soprattutto con la “Magna Grecia” e con Taranto, che sa di essere una delle realtà cittadine e industriali più importanti del Sud Italia.

Tra l’altro, mi permetto di ricordare il fallimento recente dei tanti incontri fra i rappresentanti delle tre province (al tempo in cui queste istituzioni sembravano dover chiudere da un momento all’altro): solo Brindisi ha risposto con un certo interesse, mentre Taranto ha preso le distanze quasi subito. Comunque, lo sforzo leccese non ha dato frutti rilevanti, anzi ha rischiato di spingere i tarantini verso possibili intese territoriali con la provincia di Matera e di intensificare le intese con Bari per l’Università. Eppure, l’unione tra le province di Lecce, Brindisi e Taranto è oggi più che mai necessaria, per dare più energia alla stessa Regione Puglia ma anche per affrontare in modo adeguato alcune questioni strategiche riguardanti il territorio (trasporti, viabilità, agroindustria, ambiente, salute pubblica, turismo).

Giustamente, Carlo Alberto Augeri scrive che “prima di mobilitare il pensiero politico” è necessario “avanzare un’operazione di ricognizione e di riconoscimento” e solo dopo agire “in modo pertinente e contiguo”. Proprio così, occorre scavare nella cultura (vecchia e nuova) delle tre province, non solo per lamentarci dei torti subiti nel corso dei secoli (e recentemente) e fare battaglie comuni di retroguardia, ma per individuare poche direttive strategiche su cui far passare il cambiamento e la condivisa capacità di stare a pieno titolo e a testa alta nell’evoluzione politica nazionale ed europea.

Siamo in grado di uscire dal provincialismo per immaginare Taranto e la sua realtà industriale come occasione di rilancio complessivo del territorio salentino in un contesto europeo e internazionale? Siamo in grado di immaginare per l’aeroporto di Brindisi un ulteriore potenziamento, più adeguato allo sviluppo complessivo delle tre province e soprattutto a servizio del turismo e degli scambi commerciali? Siamo in grado di puntare in modo congiunto al rafforzamento del tessile-abbigliamento nel Salento meridionale unitamente ad un rafforzamento dell’agroindustria già presente in modo apprezzabile nei tre territori? Occorre uscire dal provincialismo e puntare sull’unione dei territori di Brindisi, Lecce e Taranto; non per continuare a parlare stancamente di “Regione Salento” o di “Grande Salento”, ma per guardare realisticamente alla possibilità di sviluppo del territorio comune in una logica europea e internazionale.

Ennio Bonea (ricordato egregiamente da Augeri) parlava di “Sub Regione Salento” e con i suoi tre poderosi volumi ha ben distinto le ragioni amministrative da quelle culturali. Lui parlava, non a caso, di “salentinità” intesa come anima di un territorio vasto che comprende le province di Brindisi, Lecce e Taranto. Occorre, dunque, rafforzare questo sentimento profondo, che dovrebbe essere comune agli abitanti delle tre province; occorre lavorare per concimare il terreno comune in modo appropriato, per preparare il terreno per il necessario cammino da compiere insieme sulla strada del cambiamento unitario. Dobbiamo rafforzare la nostra anima comune, la nostra “salentinità”. Soltanto dopo averla irrobustita potremo avviare le pratiche giuste per una unione fra le tre province.

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