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Il Grande Salento - rivista online di Brindisi Lecce e Taranto - Grande Salento, idea da riconoscere
Intervento di Carlo Alberto AUGIERI

Grande Salento, idea da riconoscere

  • Lunedì, 06 Maggio 2019
Grande Salento, idea da riconoscere

«Da realtà misconosciuta a idea da riconoscere: perché parlare di “Grande Salento” è come discutere sull’ “ombra” di un’evidenza», così il prof. Carlo A. Augieri che, accogliendo l’appello di Giacinto Urso, richiama l’intuizione di Ennio Bonea che delineò per primo il concetto culturale di “subRegione” salentina.

di Carlo Alberto AUGIERI

L’appello dell’on. Giacinto Urso a ricominciare a mettersi in cammino, per avviarsi verso un cronotopo meno critico e con meno degrado, partendo dalla ripresa rivalutativa dell’idea-progetto del Grande Salento, è pienamente condivisibile, a patto che si ridiscuta la questione in modo memore e pure non frettoloso.

Le idee possono essere figurazioni viventi di lettura della storia e di cura del presente in disagio, se in esse si ritrovano radici, da dove partire per cogliere sviluppi ramificati di proposte, con cui far maturare un fiorire fruttuoso di promesse realizzatrici di nuova storia nutrita di potenziale sviluppo.

Ebbene, l’idea di Grande Salento vive, lungo il tempo del suo formarsi e consistere, una strana condizione di debolezza fruitiva ed attuativa: se ne parla ad intermittenza, se ne discute in modo distratto, sembra interessare tutti, ma pochi ne dialogano con interessamento. Noto che la maggioranza delle Persone salentine sono convinte della positività complessiva del progetto unificatore delle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto, ma, purtroppo, la convinzione rimane nelle idee, le idee non lievitano in azioni non solo verbali, le parole in azione con cui se ne parla non escono dai salotti discussivi, neppure dalla rete virtuale delle dichiarazioni, nemmeno dalla carta stampata su cui se ne scrive.

Forse, bisognerebbe comprendere i motivi di tanta contraddizione, di tanta sfortuna d’esito, registrabili nel vissuto ideativo dell’idea di Grande Salento, che rimane un ideale “in ombra” intorno a cui ipotizzare, ma non una realtà d’evidenza, da dovere finalmente attualizzare.

Il discorso sarebbe lungo e, forse, anche non molto plausibile; lo limito soltanto a qualche breve nota d’osservazione, con cui mi piace esprimere lo stile sociale e pure socievole con il quale ci stiamo avviando a non volere del tutto ciò che ci farebbe bene, patendo una sorta di frustrazione storica per la quale non crediamo fino in fondo a ciò che sentiamo come sfondo dei nostri interessi, ormai intesi in modo troppo immediato per rinviarli in un tempo che richiede almeno un po’ di fattivo ed attivo futuro.

Perché un’idea possa diventare energia attuativa, deve essere condivisa dalla gente, deve contenere motivi anche ideali per essere fruita come al di sopra delle parti, deve essere connotata dagli opinionisti, dalle coscienze pensanti, per possedere una carica persuasiva, che la releghi non solo nel mondo dell’ingegneria sociale e dell’officina politica del fare promesso e tecnicamente propenso della possibilità attuativa del “si può fare”.

Insomma, l’idea di Grande Salento deve partire da piccoli, purché continuativi, gesti diffusi, sconfinanti le singole province, idonei a sensibilizzare una mentalità basilare, basata sul riconoscimento che “già” si vive nel vissuto grande (di grande durata) del Salento, a proposito, ad esempio, delle tante tradizioni che sono comuni, delle tante aspirazioni che sono condivise, delle molteplici condivisioni che ci apparentano sin dai tempi remoti, dei tanti usi, costumi e prestiti di ogni sorta che si intrecciano nell’abitudine dell’ ormai consueta inconsapevolezza.

Insomma, il Grande Salento diventa un mondo possibile, se rendiamo possibile la constatazione che già siamo Salento, per cui si tratterebbe di richiamarci alla politica seria, provveduta, che per far costruire una strada ragionevolmente utile, ovvia nella sua funzionalità, non si ritarda, non si dilunga, non si rinvia senza una ragione di tempo pertinente: una strada (anche ferroviaria) che colleghi direttamente Lecce-Taranto, ad esempio, senza il giro più che lungo, dispersivo, rientra non nella fantapolitica dell’avvenire, ma nella geometria politica del buonsenso.

Prima di mobilitare il pensiero politico ad immaginare “nientemeno” il già esistente, basterebbe avanzare un’operazione di ricognizione e di riconoscimento, in conseguenza della quale agire in modo pertinente e contiguo: riconoscersi nelle somiglianze di storia, luoghi, ambienti, paesaggi, vissuti, traversie, attraversamenti; riconoscere il contrasto tra il non si è fatto ed il possibile che si facesse, il dramma delle vocazioni tradite, delle invocazioni non ascoltate, delle profezie non accompagnate, della malapolitica perpetuata, degli errori continuati, delle promesse svuotate, degli aborti delle potenzialità escogitati, delle luogotenenze difese ad offesa delle autonomie richieste, delle strumentalizzazioni persuase a scapito delle finalità comuni separate e offese strumentalmente. Insomma, il Salento è già unito grandemente da un risentimento sofferto, da una progettazione organica alla meridionalità del patire, dalla mediterraneità del sentire, dalla popolarità contadina del reagire: bisognerebbe tradurre questa comunanza antropologica di comunità storica in rete distribuita del fare coordinato, del maturare dialogato, dell’iniziare collaborativo.

Insomma, c’è bisogno che la politica riscopra con idee chiare l’identità “grande” (perché lunga nel tempo, perché stratificata nella geostoria) salentina, della quale scoprire, per tentare di tradurla in concretezza storica, la tensione ideativa, l’utopia progettiva, l’ideologia inerente ai modi di essere corrispondenti, in relazione al mondo nuovo che nasce globalizzando non il generale delle particolarità anonime, ma le aree particolari intersecate, mediate nelle potenzialità oggi indefinite della comunicazione globale, mondiale più che genericamente generale.

A chiusura del suo appello “profondo” per ciò che evoca e per quanto auspica, l’on. Urso cita il concetto di “subRegione” salentina, promossa verso la fine del secolo scorso da un Intellettuale a me molto caro, Ennio Bonea, studioso di cultura e letteratura contemporanee, professore della nostra Università, opinionista giornalista, uomo di idee socialiste-liberali, che si interessò di politica “alta”, con lo sforzo personale di volerla realizzare come realtà ideale, fondatore della “Tribuna del Salento”, ispiratore della nascita di “Quotidiano” e della prima rete televisiva a Lecce, “Tele-Barbano”, Maestro di molti Studenti di Liceo e dell’Università, anche di molti giornalisti diventati negli anni “firme” autorevoli della stampa salentina e nazionale: uomo “misconosciuto” a Lecce, purtroppo, tanto da non esserci ancora neppure una strada pubblica o, meglio, una Scuola o un Centro culturale a suo nome.

In effetti, all’idea del Salento come “sub Regione”, Bonea dedicò ben tre poderosi volumi (di cui il terzo distinto in due tomi), pubblicati dalla Casa editrice universitaria Milella, rispettivamente negli anni 1978, 1993 e 1996. Il punto di partenza è la constatazione che il dibattito parlamentare italiano, che portò alla nascita delle regioni, tenne conto soprattutto dell’aspetto geografico-politico ed amministrativo della realtà regionale, ma non del fondamentale, intrinseco, motivo antropologico, che non si identifica, non coincide con il primo, con l’esito non soddisfacente che l’istituzione dell’ente regione non ha aggiornato, né sconvolto l’assetto politico della Stato unitario raggiunto con l’Unità d’Italia.

Il discorso di Bonea mette in risalto la differenza “incoincidente” tra ragione amministrativa e ragione culturale, caratterizzando quest’ultima come una “sub” regione omogenea, da definirsi come “salentinità”, comprendendo di fatto l’omogenea area, di lunghissima durata, delle tre province di Lecce, Brindisi e Taranto.

Omogeneità che non è stata promossa a livello di diritto politico, a causa della “solitarietà” e non della “solidarietà” delle tre province, solidali nell’ignorarsi, ma non nel non collaborare insieme a riconoscersi come terra unitaria.

Bonea sognava, auspicava una “svolta”, un’evoluzione culturale, grazie alla quale il fare subalterno in provincia si aprisse ad un agire aperto al non provinciale: auspicava, pertanto, un dialogo interprovinciale, d’importanza nazionale, soprattutto con l’impulso della formazione dell’Università e della nascita di “Quotidiano”, ai quali sarebbe spettato il compito di riconoscere il valore dell’incontro e della ricomposizione del tessuto d’idee da organizzare in discorso maturo. Al fine di realizzare l’aspirazione “grande” di unire la macrocomunità, pur nella differenza; di differenziare nel riconoscimento ciò che è di fatto omogeneo e culturalmente partecipe.

Insomma, dopo tanti anni dall’auspicio di Bonea di realizzarsi finalmente una svolta “non provinciale” per unire le tre province, ancora la svolta non si è avverata: forse manca ancora un metodo di argomentazione, che alla ragione oggettiva dei fatti riconosca la giusta ragionevolezza di farli attuare, congiungere, avverare. Che ci vuole?

Un riconoscimento reale, non solo concretista, neppure con illusione globale: un realismo del buon senso, pertanto ricco di idee e di idealità che sappia rendere possibile storicamente ciò che non è stato impossibile formare e costruire negli anni, nei secoli, nel tempo lungo, nel cui processo la civiltà può essere ispiratrice di una buona, attenta, maieutica cultura.

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