I ricordi di Massimo VAGLIO

Gente di mare

  • Venerdì, 02 Agosto 2019
Gente di mare

La pesca e i pescatori, le barche e gli attrezzi, ma soprattutto le fantastiche storie dei “lupi di mare” che negli anni Sessanta popolavano il porticciolo di Santa Caterina (Nardò).

di Massimo VAGLIO

Erano i primi anni ‘60. D’estate, noi bambini, a Santa Caterina giocavamo a tuddhri, facevamo ventagli di stecchi di gelato ed altri semplici giochi autarchici. Tutte cose che a me riuscivano poco bene. In compenso ero completamente rapito dalla passione per il mare in tutte le sue espressioni, mi affascinavano la pesca, i suoi personaggi, le barche e le storie che cominciai inconsciamente a registrare insieme ai nomi dei pesci, degli attrezzi e delle tecniche di pesca. A quell’epoca non esistevano i G.P.S. e gli ecoscandagli; e le carte nautiche e le bussole era come se non ci fossero, per non parlare delle dotazioni di bordo. Ogni conoscenza veniva tramandata oralmente da chi l’aveva acquisita con faticosa esperienza.

Rimanevo ore ad ascoltare incantato i discorsi dei vecchi pescatori, che già allora mi sembravano personaggi fuori dal tempo. Il più vecchio che io ricordi era compare Cosimo Capu ti Ceddhru, segaligno, pantaloni pesanti neri e camicia bianca, estate e inverno perennemente rimboccati. Si accompagnava per via della debole vista con una canna usata a mo’ bastone; sembrava uno di quei vecchi pescatori di spugne che popolano, come fantasmi, le sperdute isole greche. Altri pescatori, all’epoca già anziani, ma ancora in attività erano: Gino Cardillu e Compare Izzarieddhru. Il più organizzato era Ugo Carrino; quello che lo era meno, Giacinto Felline, con le sue barchette a remi tutte rattoppate.

Nel porticciolo di Santa Caterina, allora c’era solo il vecchio scalo, e vi erano appena una decina di barche di pescatori ed un pugno di barche di dilettanti. Mi piaceva gironzolare tra le barche, inalare i sentori di nafta e d’olio bruciato, dello zappinu, ossia della corteccia di pino utilizzata per tingere le reti da posta, della stoppa e dello stucco elastico adoperata per calafatare le barche, ricordo ancora la contentezza quando riuscii a carpirne la formula segreta: litopone, carbonato di piombo, olio di lino cotto e smalto dello stesso colore usato per la pittura finale. Il mastice per fissare il vetro dello specchio con cui scrutare il fondale era invece il semplice cemento bianco.

Mi affascinavano la semplicità delle tecniche, sempre uguali, attraverso i quali i pescatori risolvevano comuni incombenze come intrecciare le nasse, armare e rammendare le reti sagomare un legno innestarlo ad un remo consunto dall’uso ridandogli nuova vita, sagomare una zavorra di pietra leccese per la polpara, fondere il piombo, ma non era neppure difficile sorprenderne qualcuno nella preparazione delle bombe. La pesca con gli esplosivi, benchè da ormai qualche anno un apposito dispiegamento di forze anche con mezzi aerei e navali fosse impiegato nel contrastarle, era ancora molto diffusa e non vi era praticamente barca o gozzo che soprattutto durante la stagione di passo dei cefali non avesse almeno una bomba pronta all’uso sotto la “pitaleddhra” di poppa. Anche nella preparazione delle bombe, benché non ve ne fosse una necessità funzionale, si seguiva un preciso, quanto delicato procollo. Il tritolo e la miccia venivano contrabbandati dalle cave, dalle imprese di scavi e dalle tante altre attività che al tempo ne facevano utilizzo. Le capsule, ossia le spolette al fulminato di mercurio utilizzate per l’innesco invece sovente scarseggiavano e venivano procurate da Ines, prosperosa signorina che neanche a dirlo, ne nascondeva sempre un piccolo fagotto pronto alla vendita fra le sue prosperità.

Un fascino incontenibile aveva per me la cala sul molo in uso ad Ugo Carrino, un locale, stipato all’inverosimile di reti di tutti i tipi, palangari, aste di pick pine armate con i più vari ingegni, barattoli di pittura smezzati, immaginavo che l’afrore pungente che vi si respirava, un concentrato di salso misto a umido e a blandi vapori di acqua ragia e petrolio, doveva essere simile a quello che aveva respirato Harvey il mio invidiato protagonista del libro Capitani Coraggiosi di Kipling. La barca più grande era Marcella, che montava un potente Mercedes; la più elegante e veloce, nonostante montasse un Lombardini monocilindrico di appena 10 cavalli era la San Vito, dalla innovativa prora oceanica, apparteneva ai fratelli Capoti, era bianca e aveva, sempre ridipinto di fresco uno sgargiante “asso di bastoni” sul mascone di prora.

Fra le barche dei dilettanti, l’unica degna di considerazione era il Konkiki, ovvero, il barcone da pesca costruito a Marittima e ingentilito di don Nino Del Prete, pioniere, tra le altre ludiche occupazioni, della pesca con l’autorespiratore. Un po’ esibizionista, antesignano degli odierni pescasportivi, era considerato un guru, dispensatore di sapere e di racconti fantastici che lasciavano letteralmente a bocca aperta anche gli astanti più colti. Aveva un magico, unico, modo di raccontare enormi balle che da grande brillante burlone quale era, esasperava sempre di più senza che mai alcuno se ne avvedesse. Memorabili, ma solo per citarne alcune, la balla delle sigarette che diceva di fumare sott’acqua e quella dell’aeroplano che si era incastrato fra le nuvole. Una cosa era vera, don Nino possedeva un aereo che pilotava personalmente, o almeno così diceva, nei cieli di Santa Caterina.

Le restanti barche di dilettanti, si potevano contare sulle dita di una mano: erano delle piccole lance di legno di tre-quattro metri, a remi o aventi come propulsore i primi prototipi di fuoribordo marini. Ricordo il mitico “Seagull” scheletrico e con il curioso serbatoio cilindrico, il “Mac” di colore bianco sporco, che faceva bestemmiare ogni volta che si doveva avviare, anche se quando partiva non si fermava più, i “Ducati” ed infine i “Carniti”.

Questa micro flotta dissipava la passione di qualche decina di pescasportivi, allora il mare era poco affollato, ma le barche, in compenso, lo erano un po’ troppo. Il primo equipaggio di cui ho stabilmente fatto parte era composto dai fratelli Dino e Fabio Vaglio e dal maestro Alfredo D’Alessandro, con una lancetta di poco più di tre metri si usciva all’alba, sospinti dal Mac (quando partiva) e si puntava la prora in direzione Nord-Ovest procedendo sino a quando, da dietro l’altopiano d’Uluzzo, spuntavano le bianche sagome delle due uniche case che si trovavano in contrada Rinaru. Era un segnale chiaro: si era giunti sul fondale da pagelli, ed iniziava la pesca con le “togne”. Allora i pesci erano ancora di bocca buona, si pescava con le cozze o addirittura con le cozze lessate, con le chiocciole terrestri e con i latterini. Io non pescavo. Consumavo la merenda: una frisella con il pomodoro, inzuppata nell’acqua di mare, bevevo, sudavo e rimettevo, distrutto dal mal di mare causato dal ponentuolo e dalla puzza d’acqua stantia e di pesce marcio che esalava da sotto il pagliolato.

Oltre che di tanti ambiti pagelli, le sporte si riempivano, e si riempivano sempre, d’ogni sorta di varietà di pesci: tanute, menole, perchie, tracine, gallinelle, pesci pettine ed altro. Dopo qualche anno venne costruito lo scalo nuovo e fu allungato il molo foraneo; comparvero le prime barche di plastica e le Archetti, straordinarie barche marine a fasciame sovrapposto, interamente di mogano. Fecero la loro comparsa anche i primi fuoribordo affidabili. Il porticciolo di Santa Caterina si cominciò a riempite di barche ed io, che avevo già 10 anni approdai a S. Isidoro, fu come fare un salto indietro nel tempo, ma questa, è un’altra storia…

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