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L’intervento di Giovanni CAMARDA

Ex Ilva, se il governo cambia le carte in tavola

  • Domenica, 30 Giugno 2019
Ex Ilva, se il governo cambia le carte in tavola

«Senza il paracadute dell’immunità nessuno si sarebbe accollato l’onere di gestire un impianto sotto sequestro».

di Giovanni CAMARDA

Siete entrati in una concessionaria per comprare un’auto. Dopo una trattativa più o meno complicata, avete raggiunto l’accordo con il venditore e sottoscritto il contratto di compravendita. Al termine di un ragionevole tempo di attesa vi hanno consegnato la vettura, il libretto dei tagliandi, le doppie chiavi e vi hanno stretto la mano. Affare fatto. Avete lasciato soddisfatti la concessionaria.

Dopo un po’ di tempo il venditore vi richiama: ci abbiamo ripensato - vi dice - la telecamera posteriore costa di più, ci dovrebbe versare la differenza. Alle vostre proteste, vi viene spiegato che o così o niente. Vi piegate alle nuove condizioni e vi tenete l’auto. Passa qualche altra settimana e vi arriva una nuova telefonata: purtroppo - vi spiega l’omino - siamo costretti ad applicare un aumento al prezzo già fissato per i sedili in pelle, siamo spiacenti. Ma come, rispondete, io la macchina l’ho comprata sette mesi fa, non potete farmi questo. No, non potrebbero. Però lo fanno.

È più o meno quello che sta accadendo al signor Lakshmi Nivas Mittal che di mestiere si occupa di produzione di acciaio. Non è un filantropo, Mittal, ma uno che fa business. È venuto in Italia, ha partecipato ad una gara europea e l’ha vinta, acquisendo la gestione degli asset ex Ilva. Si è comportato esattamente come voi una volta entrati in concessionaria, ha fatto quanto gli veniva chiesto accettando le condizioni poste dal venditore, nel suo caso lo Stato italiano. Ad accordo raggiunto, ma prima della firma, si è trovato al cospetto di un cambio di governo e, quindi, di nuove prescrizioni. Le ha accettate.

Ingoiato il famoso addendum, Mittal ha dovuto fare i conti con la riapertura dell’Aia e con la soppressione dell’immunità penale. Aia e immunità penale erano due capisaldi del quadro fissato a settembre scorso, all’atto della firma. Si tratta di condizioni più stringenti per l’acquirente - che tecnicamente è ancora un affittuario -, messo di fronte ad una situazione diversa rispetto al momento della stipula del contratto. La reazione, prevedibilissima, è stata: mi dispiace, così non ci sono più le condizioni per andare avanti, riprendetevi pure il Siderurgico.

Che sia un ricatto o no, è difficile, al netto di posizioni pregiudiziali, non comprendere la sua posizione. E non è rilevante che il punto di osservazione sia quello di un ambientalista o di un industrialista. Si può discutere, evidentemente, sulla ratio di quella concessione e legittimamente obiettare che l’immunità penale è stata un “mostro” giuridico (tant’è che il pm Ruberto ha chiesto lumi alla Consulta). Tuttavia, senza quel paracadute - bisogna essere chiari - nessuno si sarebbe accollato l’onere di gestire un impianto sotto sequestro. Ma questo è, appunto, un altro discorso. Sta di fatto che, una volta accordata quell’agevolazione, non la si può ritirare in corso d’opera, quando cioè sono intonse tutte le motivazioni che avevano portato a introdurla.

Giova ulteriormente chiarire che questo nulla ha a che fare con il nocciolo della questione, il futuro dell’Ilva, del Sud, della siderurgia in Italia e, soprattutto, di Taranto, dei suoi abitanti, in particolare i più esposti all’inquinamento industriale. Né ciò può legittimare qualunque forma di ritorsione, nel caso lo fosse il ricorso alla Cassa integrazione ordinaria per 1395 dipendenti. Inoltre è persino superfluo sottolineare che un’Aia più severa è un bene e che la valutazione preventiva del danno sanitario diventa un passaggio fondamentale a tutela della salute. Però, appunto, non è di questo che si tratta ma della credibilità dello Stato.

Il quale Stato in tutti questi anni, anche se diversamente rappresentato, dopo aver esautorato i precedenti proprietari, avrebbe potuto anche decidere di fare altro del sito, inventandosi (?) 15mila nuovi posti di lavoro, bonificando quello che c’era da bonificare e rinunciando ad avere un grande produttore di acciaio sul suolo nazionale. Avrebbe potuto farlo, ma non lo ha voluto fare. Non lo hanno fatto i governi che si sono avvicendati dal 2012 ad oggi, perché non volevano, non sapevano o non potevano: fa poca differenza. Comunque nessuno ha scelto di chiudere l’Ilva, nemmeno l’esecutivo gialloverde, forse l’unico che teoricamente avrebbe dovuto provarci, almeno secondo quanto annunciato in campagna elettorale: chiusura delle fonti inquinanti e riconversione, avevano detto.

Ora Di Maio sostiene che la chiusura non è mai stata un’opzione e che il governo vuole anzi collaborare con la multinazionale dell’acciaio. Assicura poi che saranno introdotte una serie di tutele alternative. Nello stesso tempo, però, lancia chiodi sull’asfalto sperando in una foratura. Si capisce la difficoltà del vicepremier e del suo partito: sull’Ilva hanno perso tanto consenso, hanno bisogno di mostrare adesso quella fermezza che gli elettori si attendevano un anno fa. Ma in questo tentativo di recupero è in gioco l’affidabilità dell’Italia che può scegliere, agire, valutare come meglio crede. Senza, però, perderci la faccia.

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