L’editoriale di Lino De Matteis

A caval donato... e la lesa maestà

  • Sabato, 25 Luglio 2020
A caval donato... e la lesa maestà

di Lino DE MATTEIS

La logica con cui è stata proposta e che ha attraversato la vicenda della sfilata Dior a Lecce è quella ispirata dal vecchio proverbio popolare "a caval donato non si guarda in bocca". Di fronte al luccichio della prospettiva di una visibilità mondiale e di un eventuale ritorno d'immagine (tutto da verificare) la città doveva prostrarsi incondizionatamente e acriticamente alla volontà della multinazionale, lasciarle fare quello che voleva e, anzi, ringraziarla per l'opportunità che offriva.

L'imposizione mediatica di questa visione ha fatto diventare un "nemico della patria" chi legittimamente ha sollevato il problema non della presenza della casa di moda francese, che era e resta la benvenuta, ma delle modalità con cui ha voluto organizzare il suo evento, della violenza culturale di scegliere luoghi simbolo della comunità non per valorizzarne il valore intrinseco ma per trasformarli secondo la propria visione mercantilistica, dell'appropriazione colonialistica e padronale della città, della incondizionata sudditanza psicologica ad una potenza commerciale la cui sola presenza avrebbe dovuto gratificare.

Chi ha osato proporre una visione critica, non omologata è stato messo al bando. Quanto, invece, fossero giuste e pertinenti quelle osservazioni è dimostrato dalle dure critiche, postume per la verità, della Soprintendenza, che ritiene quelle luminarie “inappropriate” poiché il “Duomo non andava oscurato”. La Soprintendenza, che, a quanto dichiara, non è stata informata nei termini di legge da parte degli organizzatori dell’evento, ha contestato con una formale missiva al Comune e all’Arcidiocesi la tardiva comunicazione e l’assenza di qualsiasi nota del Comune che facesse riferimento alla procedura autorizzativa richiesta. Insomma, per dirla più esplicitamente, il Sindaco e l’Arcivescovo non avrebbero rispettato le disposizioni di legge richieste ai comuni cittadini.

La vicenda è assurta anche a livello parlamentare con l’interrogazione al ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini, da parte di un gruppo di senatori grillini (Corrado, Romano, Donno, Morra, Lanutti, Trentacoste, Ferrara, Agrisani, Granato, De Lucia) che, ritenendo quelle luminarie “incompatibili con la tutela del luogo”, puntano il dito sulla Soprintendenza. I senatori chiedono al ministro se sia a conoscenza di quanto avvenuto a Lecce, e, in particolare, «se la Soprintendenza di Lecce, intervenuta in altre circostanze per scongiurare lo svolgimento, davanti ai monumenti che è chiamata a tutelare, di attività incompatibili con la natura e il decoro di quelli, sia stata informata preventivamente di quanto organizzato dalla casa di moda Dior con l’avallo del Comune e, nel caso, se abbia espresso anch’essa un parere positivo al riguardo e con quali motivazioni», e se, «facendo tesoro dell’esperienza discutibile di Lecce, non ritenga di attuare una moral suasion nei confronti dei vertici amministrativi del Dicastero, perché ammoniscano gli uffici territoriali a guardarsi dal cedere al fascino delle sirene televisive ogni volta che lo strumento della promozione, ancorché gratuita, leda il decoro del monumento interessato, agendo nel superiore interesse del valore prioritariamente educativo del patrimonio culturale per la comunità».

La cosa paradossale è che anche l’arcivescovo, mons. Michele Seccia, abbia alla fine riconosciuto che «l’addobbo della piazza anche a me è sembrato un po’ eccessivo». Come dire, se perfino a chi è direttamente interessato, avendo autorizzato l’addobbo, riconosce che le luminarie «sono un po’ eccessive», perché, allora, chi le guarda in modo più distaccato non può ritenerle “pienamente eccessive”? Ma c’è un altro aspetto che è ancora più paradossale, il fatto che l’arcivescovo abbia ritenuto «fuori luogo gli inni al femminismo» le cui scritte campeggiavano lungo le luminarie, ammettendo di averle «notate di più quando si è accesa l’illuminazione artistica». Eppure quelle luminarie e quelle scritte l’arcivescovo le ha viste montare sotto i suoi occhi giorno dopo giorno senza dire nulla. E sì, quel vecchio detto “a caval donato…”, evidentemente, deve aver ispirato anche per lui.

Aver cercato, poi, di valutare realisticamente il presupposto presentato come giustificativo di tutta questa operazione, e cioè la tanto propagandata aspettativa dei potenziali 60milioni di spettatori, provando a discernere i dati verificabili, perché pubblici, da quelli non verificabili perché riservati e forniti da fonti interessate, come la stessa casa francese, è diventata per qualcuno un reato di “lesa maestà”. Aver osato non di mettere in dubbio i dati diffusi dall’amministrazione comunale, ma di chiedere di sapere e di rendere pubbliche le fonti di quei dati è diventata un’offesa impertinente ai manovratori, che non devono essere disturbati e che, anzi, sono i soli a poter gestire questa delicata materia.

In conclusione, se è giusto apprezzare la visibilità internazionale che, comunque, la sfilata di Dior ha offerto a Lecce, la lezione che, a nostro parere, si può ricavare da questa storia è che, innanzi tutto, le regole vanno rispettate da tutti e che neanche un miliardo di spettatori può giustificare l’incondizionata accondiscendenza ad operazioni commerciali di qualsiasi tipo, senza tener conto della sensibilità dei leccesi, senza proteggere la sacralità dei loro luoghi, senza rispettare il sentimento delle loro tradizioni, senza tutelare la dignità artistica del loro barocco. Ma forse è ora di cambiare pagina e tornare a sostenere insieme la vera Lecce, quella autentica, bella e nota di suo in Italia e nel mondo, anche senza le luminarie di Dior.

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