Intervista al senatore leccese Maurizio BUCCARELLA

«È tempo che il M5s diventi un partito»

  • Domenica, 06 Ottobre 2019
«È tempo che il M5s diventi un partito»

Per il parlamentare salentino Buccarella, eletto nel M5s, ora nel Gruppo misto, il sistema ha cambiato i grillini: «Scontrandosi con la realtà si capisce che il massimalismo, il manicheismo di vedere le cose o bianche o nere è una cosa che non si può portare avanti».

di Lino DE MATTEIS

Maurizio Buccarella, eletto nel M5s ed ora nel gruppo misto del Senato. Senatore, su di lei resta il marchio di essere stato espulso dal M5s per non aver rispettato le disposizioni sui versamenti per le piccole imprese.

«E’ stato un mio grande errore nel cercare di risolvere un problema reale, quello dei costi della politica: quel metodo di taglio degli stipendi avrebbe, alla fine del mandato parlamentare, danneggiato chi come me aveva una professione avviata. E’ stata certamente una mia grande leggerezza».

Ha pagato forse la rigidità di allora del M5s, rispetto ad oggi dove, per esempio, il senatore Gianluigi Paragone si schiera pubblicamente contro il governo Pd-M5s senza ricevere nessun ammonimento dai vertici del movimento.

«Scontrandosi con la realtà si capisce che il massimalismo, il manicheismo di vedere le cose o bianche o nere è una cosa che non si può portare avanti».

Non è più il M5s delle origini?

«Sicuramente è molto cambiato. Su alcuni dei punti fermi posti dal movimento, come il taglio degli stipendi, il limite di mandato, il divieto di ricoprire più cariche contemporaneamente, oppure di lasciarne una per passare ad un’altra, il principio della orizzontalità delle scelte, l’uno vale uno, ecc. che hanno caratterizzato la nascita del movimento, si è poi dovuto fare riferimento alla realtà».

Per esempio?

«Non puoi trattare situazioni diverse in modo uguale come nel caso degli stipendi, perché rischi di chiedere a qualcuno qualcosa che è più di una coerenza, ma di immolarsi come un martire. Il discorso dei mandati, è vero che abbiamo sempre detto che la politica non deve essere una professione, ma ora ci si rende conto che anche l’esperienza è un valore, ecc.».

Eppure elettoralmente il movimento ha lucrato molto sul sentimento dell’antipolitica.

«La realtà ha imposto dei cambiamenti, certo, ma senza alcuna malafede. E’ una maturazione che proviene dal confronto con le realtà umane, antropologiche».

Volevano cambiare il sistema, ma il sistema ha finito con il cambiare loro.

«In qualche misura è vero questo. Ma il sistema non va inteso solo in senso deteriore, diventare corruttibile, essere disposto a vendere la coscienza, ecc.. Abbiamo imparato che non si può essere massimalisti, perché se vuoi essere coerente al cento per cento con le cose che dici puoi fare solo l’opposizione e non potrai mai aspirare a governare, soprattutto se non hai la maggioranza e hai bisogno di allearti».

In campagna elettorale anche molte promesse, come su Tap e Ilva, poi non mantenute, hanno fruttato voti.

«E’ stato un prezzo molto caro da pagare. Ma ci sono state anche delle strumentalizzazioni, come per la questione Tap, nata da una frase di Di Battista detta nella foga della campagna elettorale a Melendugno: “se andiamo al governo, entro 15 giorni chiudiamo la Tap”. Non era un punto programmatico, ma è stata anche un po’ pompata. E’ stata, comunque, una grande sconfitta non essere riusciti a bloccare Tap, che per il nostro territorio resta una ferita grande».

Con la “Carta di Firenze” per la prima volta il malessere nel M5s si propone in modo organizzato, si contesta apertamente la leadership politica di Di Maio e si chiede più collegialità.

«Il movimento deve affrontare alcune questioni che sono anche fondate. L’eccessivo accentramento del potere decisionale in capo a Di Maio è qualcosa che, forse, non aiuta. So per certo che la catena di comunicazione nel M5s è inceppata».

E’ il momento che si trasformino in un vero partito?

«Secondo me sì. E’ una cosa dura da dire, per chi, come me, ha creduto e ha impiegato anche qualche anno delle propria vita nel dire “non diventeremo mai un partito”. La strutturazione dei gruppi umani, come i partiti, devono avere una organizzazione. L’orizzontalità, l’assemblearismo ha i suoi limiti, che noi abbiano vissuto e conosciuto in prima persona. Probabilmente, penso, che si stia avvicinando il momento in cui qualcosa di simile a quello che fanno storicamente i partiti, dalle convention nazionali ai modelli di rappresentatività democratica su base territoriale, sia da fare».

Ma bisogna rivedere anche la pratica della piattaforma Rousseau. La “Carta di Firenze”, oltre alla leadership di Di Maio, contesta apertamente anche Casaleggio e si chiede che la piattaforma Rousseau diventi di proprietà del movimento.

«E’ giusto che si ponga il problema della proprietà della piattaforma Rousseau. Anche se, a onor del vero, devo dire che nei cinque anni della legislatura precedente non abbiamo mai avuto un diktat o un’indicazione di un nome da votare da parte di Casaleggio. Se ci fosse stato un atteggiamento padronale lo avremmo percepito».

Nel 2014, la prima consultazione sulla rete, avvenuta allora sul Blog di Beppe Grillo, sconfessò la linea di Grillo e Casaleggio contrari all’abolizione del reato di clandestinità contenuta nella legge Bossi-Fini, cosa che invece volevano i gruppi parlamentari. Da allora le decisioni prese da Grillo e Casaleggio sono state sempre, sistematicamente, approvate dalle rete. E’ un po’ sospettoso?

«Questo lascerebbe pensare che quei risultati potrebbero non essere genuini, potrebbero essere manipolati o addirittura falsificati. Il dubbio, secondo me, è lecito. Nessuno può garantire il contrario. Se fossi in Casaleggio, ma penso che sia quello che stiano facendo su Russeau, la certificazione di società certe e imparziali sulle votazioni è qualcosa che dovrebbe sgombrare il campo dall’equivoco. Io non ho mai creduto che quei voti siano manipolati o falsificati. E’ vero però, e questo lo posso dire, che più di una volta la formulazione dei quesiti ha orientato la risposta».

Come vede l’alleanza di governo M5s-Pd?

«La vedo come una scelta necessaria e senza alternative a cui Salvini ha costretto il M5s».

E’ un’esperienza che si può estendere anche sul territorio, come sta avvenendo in Umbria?

«Farla con partiti come il Pd è un rischio, forse, inevitabile. Non me la sento di buttare la croce addosso a Di Maio. Coerenza sì, ma non ingenuità o stupidità».

L’alleanza col Pd può diventare organica, come lascia intendere Grillo?

«Questo è un altro passaggio inevitabile del mutamento dei 5S. Del Pd io non ho particolare fiducia, anch’io sono perplesso, ma non perché quello è il demonio e i 5S sono angeli, ma perché il sistema di conoscenza del potere e di penetrazione nel sistema politico ed economico italiano del Pd metterà a rischio la tenuta del movimento 5S dal tenersi lontano dalle dinamiche meno virtuose della politica, quella dell’interesse, dello scambio del compromesso nel senso deteriore. Non sto dicendo che tutto il Pd è corrotto, anzi ci sono persone che io stimo moltissimo. Però è una prova difficile».

Ma governare così disinvoltamente con la Lega o col Pd, pone un problema di identità al M5s?

«Sì. Io lo percepisco. Il M5s ha bisogno di definire meglio i contorni della sua identità politica».

Che ne pensa di Italia Viva di Renzi?

«E’ una grande iniziativa politica di Renzi, che, con un’abile mossa del cavallo, ha ripreso visibilità sulla scacchiera della politica. Penso una iniziativa inevitabile per lui».

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