Francesco D'Andria

di Lino DE MATTEIS

La Storia del Salento, quella con la “S” maiuscola, quella raccontata dalle fonti letterarie e attestata dai riscontri documentali, si fa partire comunemente dall’epoca di messapi e greci, lasciando all’oblio della preistoria la vita che c’era prima, priva di dettagliate fonti letterarie classiche ma sicuramente documentata anch’essa dai numerosi reperti rinvenuti sul territorio. La presenza umana si perde nella notte dei tempi, ma dopo millenni di permanenza sul territorio è legittimo interrogarsi su chi erano i “nativi salentini”, quelle genti che hanno attraversato poi le epoche storiche successive, sino ai nostri giorni. Ne parliamo con uno dei massimi studiosi di archeologia, Francesco D’Andria, professore emerito nell’Università del Salento e già ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana.

Prof. D’Andria, chi abitava questa terra prima che la storia ci raccontasse dei messapi e dei greci?

«Per la sua posizione geografica, quasi un’isola lambita dai mari Ionio ed Adriatico, all’incrocio di rotte marittime e di vie terrestri che uniscono Italia e Balcani, oltre che Egeo ed Europa centrale, la storia del Salento è stata caratterizzata nei millenni da relazioni, incontri e conflitti tra culture diverse. Di queste remote origini, studiate con sapienza e passione da Giuliano Cremonesi ed Elettra Ingravallo, sono testimonianza significativa i depositi del Paleolitico superiore (28.000-20.000 anni fa), nella Grotta delle Veneri di Parabita, che hanno restituito, tra l’altro le celebri statuine in osso di una divinità femminile, archetipo di ogni simbologia della fecondità, con le mani intrecciate all’altezza del pube, che rivela il riferimento a modelli orientali anche per l’assenza di steatopigia (i caratteri che accentuano la grandezza dei seni e dei fianchi). Alla metà del sesto Millennio a.C. la Grotta dei cervi a Porto Badisco è celebre per le sue pitture che, dalla rappresentazione realistica giungono sino a forme simboliche complesse, caratterizzate dall’astrazione di immagini che forse vogliono rappresentare gli individui riuniti in comunità. Un santuario dell’età neolitica così vasto e ramificato doveva far riferimento ad un ambito geografico certamente non limitato al Salento e che guardava in particolare oltre lo spazio di mare del Canale d’Otranto. Allo stesso modo, nel secondo Millennio a.C. il popolamento salentino si articola lungo le coste che guardano ad Occidente verso la penisola italica e, ad Oriente, verso i Balcani ed il Mar Egeo. Un esempio straordinario di questi insediamenti costieri, punto di riferimento e di arrivo delle rotte marittime che giungevano dal mondo miceneo, è il sito di Roca, scoperto e valorizzato da Cosimo Pagliara, che ha restituito manufatti che testimoniano le relazioni tra il mare egeo e l’Europa centrale».

Esiste, dunque, una realtà e un’esperienza vissuta su questo territorio prima di messapi e greci.

«Quello che sappiamo su greci e messapi rappresenta il punto di arrivo di questa complessa stratificazione di eventi culturali di grande rilievo, che, a partire dall’VIII sec. a.C., vengono segnati dal fenomeno della colonizzazione greca in Italia e dal formarsi della cultura messapica attraverso l’arrivo di genti dai Balcani».

A quando risale la presenza di esseri umani nel sud della Puglia?

«Nel Museo della Preistoria a Nardò, diretto da Filomena Ranaldo, lungo un accattivante percorso espositivo, è possibile cogliere le trasformazioni del Salento, a partire da 75 milioni di anni, quando questa penisola era una laguna tropicale, con isolotti abitati da rettili squamati, simili agli iguana: i numerosi fossili di pesci e quello rarissimo di una tartaruga raccontano paesaggi di un altro mondo, prima che le più antiche forme di ominidi (l’Homo erectus, più comunemente indicato come pitecantropo) si insediassero, circa un milione e mezzo di anni fa, nel nostro continente. Il territorio di Nardò e le grotte che si dispongono lungo la costa e nella zona di Porto Selvaggio hanno conservato testimonianze della più remota preistoria quando si verifica un evento fondamentale, quello della presenza e del probabile incontro tra i Neanderthaliani e l’Homo sapiens. I giacimenti preistorici della grotta di Uluzzo, sulla costa neretina, hanno dato il nome ad una fase molto importante del popolamento nell’Italia antica. Nuovi sistemi di datazione dello strato di ceneri vulcaniche sovrapposte ai livelli di questa fase hanno permesso di retrodatare l’Uluzziano a 50.000 anni fa, una novità sostanziale rispetto a datazioni che prudentemente si attestavano ai 30.000 anni».

Cosa significa questo?

«Questo significa che i gruppi di Sapiens erano presenti allo stesso momento in cui nei siti salentini è attestata la presenza dei Neanderthal; essi sono riconoscibili non solo per le caratteristiche industrie litiche, ma anche per il ritrovamento di denti appartenenti ad individui di quella specie. Nel Salento possono essersi verificati incontri e forse scontri tra i due gruppi umani, come nelle splendide immagini di un film di qualche anno fa (1981) “La guerra del fuoco” di Jean-Jacques Annaud. Che frammenti genetici del Neanderthal siamo presenti anche nel nostro DNA è peraltro ormai un fatto scientificamente accertato».

Anche se provenienti da fuori, dopo millenni di permanenza sul territorio, si può parlare allora di “nativi salentini”, prima di messapi e greci?

«I salentini di oggi, come dice perfettamente la canzone “Le radici ca tieni” del gruppo Sud Sound System del mio amico Nandu Popu, sono il risultato di questa millenaria stratificazione di genti e di culture che ha lasciato tracce nel DNA di ciascuno. “Nativi salentini” deve essere un concetto dinamico, che va considerato all’interno di una evoluzione continua e di un continuo scambio di geni e di tradizioni culturali che diventano tali nel loro formarsi. “Terra di mezzo” è il titolo di un documentario di Edoardo Winspeare, realizzato proprio quest’anno: una ragazza, nata in Colombia, adottata da una famiglia salentina, racconta la sua esperienza di scoperta di radici comuni tra il suo Paese di origine e il Salento, nella lingua, nei tanti rimandi al castigliano, ma anche nelle tradizioni che vanno dalla cucina alle manifestazioni più intime della religiosità. Una ragazza che può a buon diritto chiamarsi “nativa salentina”. Nel film ella percorre il Salento alla ricerca delle sue tante radici, con un atteggiamento di curiosità e di rispetto che sono condizioni irrinunciabili per una reale dinamica di integrazione e di condivisione tra culture diverse».

A partire da quando si può parlare del formarsi di una cultura tipica salentina?

«Se dobbiamo parlare della lingua, il messapico si è completamente perduto e si conserva soltanto in un tesoro inestimabile, costituito dal migliaio circa di iscrizioni che gli scavi archeologici continuano a portare in luce. E’ il latino la lingua che i Romani imposero e che continuò a vivere sino ai nostri giorni, trasformandosi nell’italiano, ma il Salento era anche provincia bizantina durante il Medioevo ed il greco costituì l’altra faccia della medaglia, che ancora possiamo osservare nelle iscrizioni degli affreschi che ornavano le numerose chiese rupestri. E poi S. Nicola di Casole con il suo scriptorium, evocato nei versi di Vittorio Bodini: “Qui c’erano accademie/e monaci sapientissimi:/o città gloriose/di sporcizia e abbandono!”».

Quando nasce l’Identità salentina?

«Penso che un processo di formazione di una Identità salentina si possa riconoscere a partire dall’età del Ferro, quando la immigrazione di genti provenienti dall’altra parte del Canale di Otranto diede inizio ad uno speciale processo di formazione che, senza soluzione di continuità, ha lasciato le sue tracce nel paesaggio e nel sistema insediativo della nostra regione. I muretti a secco, che ancora segnano le linee del nostro paesaggio, ripercorrono antiche divisioni agrarie dell’epoca messapica e poi romana e tutte le principali città furono costruite dai Messapi: in molte di esse, come Lecce o Castro, le mura spagnole ripercorrono la forma che, nel IV sec. a.C., era stata tracciata dai nostri antenati iapigi, riutilizzando perfino le stesse pietre. Anche nei nomi si conserva la forma della lingua messapica: Ozan diventò Ugento, Uria Oria, Brentesion Brindisi, la stessa Lupiae (Lecce) deriva da un nome messapico, così come Rudiae».

Quali sono, se ci sono, i caratteri distintivi di questa cultura sopravvissuti fino a noi?

«I caratteri distintivi dell’Identità culturale salentina vanno continuamente ricercati e non possono essere racchiusi in una formula. Si possono trovare nei versi di Vittorio Bodini e dei tanti scrittori e letterati salentini ed emergono, aggiungendo sempre nuovi tasselli ad un mosaico, nel corso degli scavi archeologici che rivelano ogni volta aspetti nuovi di un’esperienza che tuttavia, nel Salento come altrove, sfugge ad una precisa definizione e non si lascia ingabbiare. I caratteri distintivi stanno proprio nella capacità di amare queste terre ed il mare che le circonda e nella capacità di interrogarli, ricevendo sempre risposte che si aprono in nuovi interrogativi. Sta in questo desiderio di comprensione il segreto e la risposta che solo l’intuizione della poesia riesce ad esprimere».

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Francesco D’Andria
si laurea in Lettere Classiche e consegue il Diploma di Specializzazione presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Dopo un breve periodo come Ispettore archeologo presso la Soprintendenza del Molise, nel 1974 passa all’Università di Lecce come assistente ordinario, e, a partire dal 1986, come ordinario di Archeologia e Storia dell’Arte greca e romana. Nell’Università ha ricoperto vari incarichi, in particolare come Direttore della Scuola di Specializzazione in Archeologia); dal 2010 al 2013 è stato responsabile area Scienze Umane nella Scuola Superiore ISUFI, quindi Professore Emerito.
Ha insegnato presso l’Università Cattolica di Milano, l’Università della Basilicata (Matera) e l’Università di Lugano (Svizzera).
Dal 2001 al 2010 ha diretto l’IBAM (Istituto per i Beni Archeologici e Monumentali) del Consiglio Nazionale delle Ricerche con sede a Lecce. Dal 1993 al 1997 è stato membro eletto del Consiglio Nazionale Beni Culturali e Ambientali.
Dal 2000 al 2015 ha diretto la Missione Archeologica Italiana a Hierapolis di Frigia (Turchia). Nel Salento ha realizzato i Parchi Archeologici di Cavallino, di Acquarica, di Vaste, di Castro, curando l’allestimento dei Musei di Oria, Lecce, Vaste e Castro.
Nel 2005 il Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, lo ha insignito del titolo di “Cavaliere dell’Ordine della Solidarietà Sociale”.
E’ membro del Deutsches Archaeologisches Institut (Istituto Archeologico Germanico) di Berlino, della British School at Rome, dell’Istituto Archeologico Austriaco-Vienna, del TEBE (Institutum turcicum Scientiae Antiquitatis) Istanbul, dell’Accademia Pugliese delle Scienze e della Pontificia Accademia di Archeologia; è anche Professore Honoris Causa della Pamukkale Üniversitesi, Denizli (Turchia).

Lino DE MATTEIS
Direttore ilGrandeSalento.it