Navi normanne in navigazione

di Gianfranco PERRI

«L’inserimento di Brindisi all’interno del quadro politico occidentale, il suo forzato volgere le spalle a Costantinopoli per dirigere lo sguardo verso Roma, può compendiarsi in una data e negli eventi che in quella circostanza si svilupparono. Il riferimento è al 1156, al conflitto che, opponendo dialetticamente Palermo a Costantinopoli, ebbe sintesi in Brindisi… Con la vittoria del re di Sicilia, il normanno Guglielmo I d’Altavilla, ottenuta presso Brindisi sui Bizantini dell’imperatore romano d’Oriente, Manuele I Comneno, fallì l’ultimo tentativo bizantino di riconquistare militarmente l’Italia. Quell’epica battaglia, vinta dai Normanni nel porto di Brindisi il 28 maggio del 1156, consegnò definitivamente la Puglia all’Occidente, sottraendo Brindisi e l’intera regione all’orbita di Costantinopoli. Per questo, quell’evento bellico assunse importanza epocale, paragonabile, latu sensu, a quello di Legnano per il nord Italia». [“Brindisi fra Costantinopoli e Palermo: 1155-1158” di Giacomo Carito, 2015]

Giunti nelle regioni meridionali italiane probabilmente per o da un pellegrinaggio in Terra Santa, o magari semplicemente di ritorno da Oriente all’alba dell’anno Mille, i primi Normanni arrivati si resero presto conto delle opportunità che il Mezzogiorno offriva loro in quell’Xl secolo. Inizialmente si trattava di piccoli gruppi di cavalieri provenienti dalle file dell’aristocrazia minore del ducato di Normandia e, quali indomabili guerrieri che erano, nei primi decenni del secolo furono assoldati come mercenari da vari principi longobardi nonché da alti funzionari bizantini, tutti alla costante ricerca di guerrieri con cui rinforzare i propri eserciti. Quindi, molti altri ambiziosi guerrieri normanni, privi di prospettiva di carriera nelle proprie terre nordiche, o che finanche avevano avuto problemi con la severa giustizia ducale, scelsero di trasferirsi nel Mezzogiorno.

Tacredi, signore di Hauteville, a tavola con la moglie Fressenda e i dodici figli maschi

Tra di loro, particolare fortuna incontrarono i discendenti di Tancredi d’Altavilla – Hauteville – cavaliere appartenente alla piccola nobiltà normanna: dei dodici figli avuti da due mogli, Tancredi vide partirne ben nove alla volta dell’Italia meridionale. In particolar modo due di loro avrebbero lasciato una traccia duratura: il primo, Roberto, poi conosciuto con il soprannome di Guiscardo, che nel giro di un decennio da semplice cavaliere giunse ad essere investito della carica ducale, ereditata nel 1057 in seguito alla morte del fratello Umfredo; l’altro, di nome Ruggero, che dopo dure lotte avrebbe assunto il governo della Sicilia, strappata definitivamente ai Musulmani nel 1091 dopo un trentennio di combattimenti.

Il motivo alla base del successo dei Normanni giunti nel sud Italia, fu la capacità di inserirsi con abilità tra i vari poteri – longobardi, bizantini e saraceni – già presenti ed in aperta competizione e quindi sfruttare le loro rivalità reciproche allo scopo di conquistare quanta più libertà d’azione e, quindi, quanti più territori possibili. Il tutto in tempi brevissimi: nel 1030 la concessione della prima contea, quella di Aversa, con investitura del principe longobardo Sergio III di Napoli a Rainulfo; nel 1042 Guglielmo è scelto come conte di Puglia; nel 1059 Riccardo Quarrel è riconosciuto da papa Niccolò II come principe di Capua, mentre Roberto il Guiscardo è a sua volta riconosciuto con il titolo di duca di Puglia e Calabria.

Roberto il Guiscardo infatti – quarto duca di Puglia, succeduto nel 1057 alla morte in sequenza dei suoi tre fratelli, Guglielmo Drogone e Umfredo, che lo avevano preceduto con quel titolo – nel sinodo di Melfi del 1059 si era dichiarato vassallo di papa Niccolò II in cambio dell’intitolazione del ducato di Puglia e Calabria, allora ancora parzialmente sotto influenza bizantina, e di quello di Sicilia, ancora in mano islamica. Così, una città dopo l’altra e una provincia dopo l’altra andarono perdute da Costantinopoli in favore dei Normanni, che nel 1071 espugnarono Bari, l’ultima importante città bizantina e sede del Catepanato d’Italia e, infine, Brindisi, il cui governo Roberto lo concesse al conte di Conversano, Goffredo, figlio di sua sorella Emma.

Parallelamente, il 25 dicembre 1071, fu espugnata anche Palermo e fu fondata la contea di Sicilia il cui governo fu assunto da Ruggero I, fratello minore del Guiscardo, mentre questi – già all’epoca leader di fatto di tutti i Normanni arrivati nel Mezzogiorno italiano – volse le sue ambiziose mire alla conquista di Costantinopoli, non riuscendovi per poco: morì infatti sull’isola greca di Cefalonia il 17 luglio 1085, durante una pausa della campagna di conquista che aveva intrapreso salpando da Brindisi. Qualche anno dopo, alla morte di Ruggero I avvenuta nel 1101, la contea di Sicilia passò in eredità al primogenito Simone, che però morì bambino nel 1105 e così, a succedere fu il secondogenito Ruggero II, sotto la reggenza della madre Adelasia fino al 1112.

Quando nel 1127 morì senza eredi diretti il sesto duca di Puglia e Calabria, Guglielmo, che era succeduto al padre Ruggero Borsa figlio del Guiscardo, Ruggero II conte di Sicilia rivendicò il diritto di succedere al cugino e alla fine, facendo ricorso anche alla forza, più o meno tutti gli riconobbero la sovranità sui territori che erano stati dello zio, il Guiscardo. Finalmente, nel Natale dell’anno 1130, Ruggero II venne incoronato “re di Sicilia e Italia” dall’antipapa Anacleto II. Nel mezzogiorno d’Italia – unendo i territori della contea di Sicilia, del ducato di Puglia e Calabria, del ducato di Napoli, del principato di Capua e dell’Abruzzo – era nato per la prima volta nella storia un regno unitario, il “Regno di Sicilia” con capitale Palermo, città cosmopolita, inaugurandosi un’epoca di splendore e di guerre, interne ed esterne, per quel meridionale nuovo regno normanno, che inevitabilmente finì con volgere nuovamente le mire verso Oriente, tanto che tra il 1147 e il 1148 la flotta di Ruggero II stette per arrivare a Costantinopoli con una spedizione che ebbe – ancora una volta  – come retroterra logistico il porto di Brindisi. Il 26 febbraio 1154, il re Ruggero II morì e gli succedette il figlio Guglielmo I.

A novembre del seguente anno, la notizia che i baroni di Puglia avevano intenzione di ribellarsi al nuovo re insediato a Palermo, indusse l’imperatore bizantino Manuele I Comneno a organizzare un intervento armato in sud Italia, convinto com’era che i Normanni fossero ben più pericolosi per Costantinopoli che i Musulmani. Inviò un poderoso esercito e una numerosa flotta sotto la guida di Giovanni Dukas e di Michele Paleologo i quali, sostenuti dai baroni e da alcune città pugliesi – Brindisi inclusa – ribellatisi al seguito del conte Roberto III di Loretello, poterono occupare le città della costa da Ancona a Brindisi e giungere fino a Taranto.

I coalizzati contro il re di Sicilia, nel corso dell’estate del 1155 presero facilmente Bari, nonché Trani e Giovinazzo. In seguito, Giovanni Dukas inflisse una grave sconfitta alle truppe siciliane, prima resistendo alle cariche delle truppe comandate da Riccardo conte di Andria, e poi contrattaccando e disperdendo completamente i nemici mettendoli in fuga. Quindi anche Andria, Monopoli, Bitonto e Molfetta, caddero tutte sotto il controllo dei ribelli che si erano coalizzati con i Greci ai danni dei Normanni.

Guglielmo I re di Sicilia

Brindisi assunse un ruolo centrale nella complessa vicenda ed è a Brindisi che, infatti, avvenne lo scontro finale. Guglielmo I, riorganizzato il suo esercito, ai primi del 1156 attraversò lo stretto risalendo lo stivale con le sue forze terrestri mentre la sua marina puntò direttamente su Brindisi, tenacemente assediata dai soldati bizantini i quali, comandati da Giovanni Dukas e contando con la complicità dei loro numerosi partigiani locali, avevano penetrato le mura cittadine e avevano posto l’assedio alla “rocca” in cui si erano asserragliati i soldati normanni rimasti fedeli al re di Sicilia, cercando invano per quaranta giorni di espugnarla dal mare guidati da Alessio Comneno, nipote dell’imperatore, inviato con nuove navi cariche di soldati a rilevo di Michele Paleologo, morto a Bari.

«Il 24 aprile 1156 i bizantini pongono il campo sotto le mura di Brindisi. Ricorrendo la vigilia della Pasqua, l’esercito rimane inoperoso e i brindisini fedeli al re cercano d’approfittarne con una sortita che non ha esito… Gli assalitori, risultati vani i tentativi di sfondamento delle mura operati con le tradizionali macchine da guerra, preferirono operare un fittissimo lancio di pietre… La crescita demografica, registratasi a partire dall’XI secolo, aveva condotto all’urbanizzazione di tutte le aree all’interno del circuito difensivo; le abitazioni, che possiamo pensare per la gran parte con annessi magazzini di deposito alla maniera veneziana, erano ormai addossate alle mura. La città di Brindisi fu quindi presa ma non la rocca, bloccata da terra e dal mare per quaranta giorni… Un transfuga avverte che Guglielmo è vicino. I bizantini dividono le forze: Giovanni Dukas si sarebbe opposto alle forze marittime nemiche, Roberto di Basavilla e Giovanni Angelo avrebbero fronteggiato un eventuale assalto da terra. Le navi siciliane furono presto all’orizzonte e, dieci per volta, valicarono la foce del porto; la flotta bizantina era esigua al confronto e Dukas, per incoraggiare i suoi, annuncia l’imminente arrivo di solleciti rinforzi imperiali… L’imperatore Manuele I manda in Italia una flotta e un esercito sotto il comando del nipote Alessio. Questi non aspetta di radunare l’armata e salpa subito alla volta di Brindisi con poche forze. Roberto di Basavilla, appena ha sentore dell’arrivo di Guglielmo, considerando che la rocca ancora resiste, defeziona. I cavalieri marchigiani chiedono che siano duplicati i loro stipendi; avuta risposta negativa decidono di ritirarsi… I Romani – i Bizantini – reiterano i loro assalti, ma la fine tuttavia si approssima. Una schiera di celti abbandona i Romani e passa al servizio di Guglielmo I. L’esercito normanno avanza; lo fronteggia una forza ormai esigua ma non priva di orgoglio e coraggio…». [“Brindisi fra Costantinopoli e Palermo: 1155-1158” di G. Carito]

L’imperatore d’Oriente Manuele I Comneno

Guglielmo I quindi, giunse in forze a Brindisi, per mare e per terra. Debellati definitivamente i Bizantini, conquistò con epica battaglia la città il 28 di maggio 1156, facendo prigionieri Giovanni Dukas, Alessio Comneno e molti altri dignitari bizantini, che portò a Palermo, rilasciandoli nel 1157, solo dopo aver obbligato il papa e l’imperatore d’Oriente alla firma di una pace accondiscendente al suo dominio.

Il re normanno vincitore fu molto severo e riservò miglior sorte ai prigionieri bizantini che ai suoi sudditi ribelli. Bari fu completamente rasa al suolo, incluso la cattedrale. Fu risparmiata solo la basilica di San Nicola, mentre anche tutte le altre città ribelli della Puglia furono punite duramente dal sovrano tradito e risultato fieramente vincitore. Brindisi fu risparmiata dalla distruzione totale solo grazie alla tenace resistenza mostrata e mantenuta durante il prolungato assedio, ma fu comunque saccheggiata, spopolata e ridotta in estrema miseria per castigare i suoi tanti traditori ribelli; tutti i mercenari catturati furono uccisi perché avevano tradito la loro patria. L’arcivescovo di Brindisi, il francese Lupo, che assisté alla devastazione della città operata dai vincitori, qualche mese dopo – in agosto – ottenne la grazia dal re Guglielmo I, recandosi personalmente a Palermo e ricevendo finalmente la conferma dei privilegi propri della chiesa di Brindisi precedentemente revocati in castigo per la sua supposta – e in effetti, se pur parziale, reale – complicità con i ribelli.

Definitivamente si trattò di una battaglia, anzi di tutto un evento bellico-politico, dal carattere epico ed epocale. Già lo storico Giovan Battista Casmiro, infatti, nel suo manoscritto del 1567 – Epistola Apologetica ad Quintum Marium Corradum – attribuisce un alto valore simbolico a quei fatti accaduti a Brindisi nel 1156 e «l’assedio normanno è dilatato temporalmente sino a renderlo raffrontabile a quello posto dai greci ai danni di Troia e come quello assume un significato che travalica l’evento stesso». E recentemente, Giacomo Carito ha descritto documentato e commentato quello storico episodio accaduto in Brindisi, presentandolo al Convegno sull’Età normanna in Puglia tenutosi il 23 aprile 2015 ed al cui testo – Brindisi fra Costantinopoli e Palermo 1155-1158 – integralmente contenuto negli Atti del convegno, si può riferire chiunque sia interessato ad approfondire il tema.

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.