Martiri d'Otranto, Chiesa di Santa Caterina a Formiello, Napoli

di Gianfranco PERRI

Tra la metà del Trecento e i decenni finali del Quattrocento, l’Italia e gli altri paesi d’Europa furono colpiti numerose volte dal “nemico invisibile”: la peste, che si ripresentò con andamento ciclico contribuendo ad aggravare sempre di più la drastica riduzione della popolazione che inizialmente era stata provocata dalla prima forte ondata scoppiata negli anni dal 1347 al 1350 in praticamente tutta Europa, dove ormai la malattia non aveva più imperversato dall’ultima grande epidemia verificatasi nell’VIII secolo.

Nel 1480 la prima notizia sicura della presenza della peste in Puglia risale all’inizio del giugno ed è riferita da due ambasciatori residenti a Venezia: Leonardo Botta al servizio del duca di Milano e Alberto Cortese al servizio del duca di Ferrara. Entrambi comunicarono che la malattia aveva fatto la sua comparsa nei due importanti centri portuali adriatici di Trani e di Brindisi. Si era nella tarda primavera, periodo caldo umido ideale per lo scoppio della peste bubbonica, che tendeva ad esaurire i suoi effetti dopo i forti calori estivi per poi ripresentarsi in autunno nella versione polmonare con maggiore virulenza e letalità.

Anche nell’arco dei quasi due anni in cui quella volta si protrasse, la presenza della peste in Terra d’Otranto non mantenne un andamento uniforme. La fase iniziale dell’epidemia si situò tra i mesi di maggio e agosto 1480, poi la peste si ripresentò da ottobre e dicembre e, dopo una breve pausa dovuta ai freddi dell’inverno, ebbe una recrudescenza tra l’inizio della primavera e la fine dell’estate del 1481, con la fase più acuta contrassegnata da un forte aumento della mortalità. Dopo aver colpito inizialmente Brindisi, continuò ad imperversare nel territorio immediatamente circostante e nel resto della Terra d’Otranto, mentre la paura e il contagio spingeva ad una precipitosa fuga gli abitanti di molte comunità in preda al panico, provocando un generale, se pur temporaneo, esodo verso i luoghi considerati più sicuri.

«Mente cominciava ad estendersi in Puglia, la peste veniva contemporaneamente registrata anche a Roma, Parma, Verona, Bologna e Venezia; allo stesso tempo imperversava nell’area adriatica orientale, toccando Ragusa e, specialmente, Valona dove, occupata dai Turchi intenti a costruire una loro potente flotta, raggiunse punte di letalità pari ai tre quarti dei colpiti. La distribuzione geografica di quei numerosi focolai portuali, pertanto, indica che molto probabilmente la trasmissione del contagio si sviluppava essenzialmente via mare, lungo le stesse rotte marittime seguite dai marinai dai commercianti e dalle merci che transitavano nei porti principali delle due sponde dell’Adriatico». [Poso C.D. “La peste del 1480-1481 in Terra d’Otranto” – 2012]

Quella potente flotta, si pensava, che i Turchi a Valona la stessero allestendo per sferrare un nuovo attacco a Rodi, la strategica isola che era in mano ai Gerosolimitani, i cavalieri giovanniti che lì si erano insediati nel 1310 dopo che nel 1291 i Mamelucchi li avevano vinti e scacciati dalla loro sede storica di San Giovanni d’Acri.

Il gran sultano Maometto II

Il gran sultano Maometto II però, subito dopo aver conquistato Costantinopoli – la mattina del 29 maggio 1453, dopo un lungo assedio, le mura caddero e la città fu espugnata; Costantino XI, l’ultimo imperatore dell’impero romano d’oriente, perì in battaglia con gran parte del suo popolo; gli abitanti furono massacrati e la chiesa di santa Sofia fu trasformata in moschea; Costantinopoli fu chiamata Istanbul e divenne la base sulla quale gli Ottomani costruirono la loro potenza – aveva rivendicato apertamente i suoi diritti di possesso anche su Otranto Gallipoli e soprattutto Brindisi, quali antiche città portuali che legalmente ed a pieno titolo erano state parti integranti dell’impero bizantino da lui definitivamente conquistato. Non mancarono pertanto le legittime speculazioni circa l’eventualità che l’obiettivo reale dell’imminente spedizione turca da Valona potesse essere proprio Brindisi, a quel tempo certamente la più ambita preda musulmana nel vicino Occidente.

Il momento era del resto propizio a Maometto II: non era da temere un serio contrasto al passaggio di una flotta invasora diretta a Brindisi, giacché le armate aragonesi del re di Napoli Ferdinando I e quelle pontificie erano impegnate dal 1478 contro Firenze, e la pace che nel 1479 aveva chiuso la lunga guerra turco-veneta, manteneva Venezia ufficialmente neutrale e serviva da copertura all’intrinseca ostilità dei Veneziani verso il re di Napoli, al quale del resto ambivano – neanche troppo velatamente – sottrarre le strategiche città portuali pugliesi.

Il feroce Gedik Ahmet Pascià

Certo è che all’alba del 28 luglio del 1480 un’imponente flotta, composta da un paio di centinaia di navi turche portando a bordo alcune decine di migliaia di uomini armati, mosse da Valona puntando sulla costa dirimpettaia. I Turchi giunsero sulle coste salentine e sbarcarono poco a nord di Otranto, presso i laghi Alimini nella baia poi detta “dei turchi” e da lì si diressero verso la città. Fatta razzia del borgo fuori le mura, il comandante delle truppe invasore Gedik Ahmet Pascià propose ai cittadini una resa umiliante e di fatto inaccettabile, obbligando gli abitanti di Otranto a difendersi dall’assedio.

Dopo due settimane, l’11 agosto, l’armata turca riuscì ad aprire un varco tra le mura della città e da lì si riversò nel centro, avanzando con razzie e crudeltà indicibili: le vie furono inondate da sangue e coperte da corpi martoriati. I Turchi giunsero fino alla Cattedrale dove un gruppo di fedeli vi si era barricato: dapprima recisero il capo all’arcivescovo Stefano Pendinelli e poi la strage continuò con la decapitazione di tutti gli otrantini di sesso maschile con età superiore a quindici anni che, catturati in ottocento tredici, rifiutarono tutti di abbracciare la religione islamica.

«Pascià spedì a Brindisi un proprio messo con una lettera per l’arcivescovo Arenis, nella quale ingiungeva la pronta consegna della città che considerava retaggio dell’antico impero bizantino, minacciando, altrimenti, che “si non me date la terra, io con tutto lo mio sforzo vengerò da vui, et farò più crudelitate che non è facto ad Otranto”. Fortunatamente le minacce rimasero sempre tali per quanto in seguito, più d’una volta, corsero dicerie e si paventò anche negli ambienti della corte l’eventualità di un attacco turco a Brindisi». [Zacchino V. “Brindisi durante l’invasione turca di Otranto” – 1978]

Da varie fonti si è ripetutamente avanzata la tesi secondo cui l’attacco turco a Otranto fu fortuito, in quanto Gedik Ahmet Pascià lo avrebbe deciso solo all’ultimo momento, una volta costretto – o comunque indotto – a scartare l’obiettivo inizialmente previsto, cioè Brindisi.

Le opinioni dei sostenitori di tale ipotesi divergono però circa i motivi che avrebbero determinato tale cambiamento. Dall’ipotesi più elementare di un improvviso cambiamento del clima con il conseguente rafforzamento dei venti di tramontana che avrebbero spinto più a sud le navi allontanandole da Brindisi e avvicinandole a Otranto, alle altre due ipotesi che invece presumono un cambio di rotta pilotato e conseguente all’aggiornamento ricevuto dal Pascià circa le sfavorevoli condizioni che avrebbe incontrato a Brindisi.

Sfavorevoli perché la città, al contrario di Otranto, era molto ben difesa in quanto aveva ricevuto rinforzi aragonesi fin dal maggio precedente, con anche una squadra di cinquanta cavalli agli ordini di Tommaso Filomarino e Giovanni da Cremona, inviati dal re Ferrante per tranquillizzare i maggiorenti molto preoccupati. «Et perché quelli de Brindese dubitano del turcho, et hanno mandato cavallari in freza, hogi il Re gli ha mandato molte artigliarie et fanti, più tosto per satisfare a quelli homini che per instante necessita chel creda esser». [Lettera di N. Sadoleto a E. d’Este, scritta in Napoli il 18 maggio 1480]. Oppure sfavorevoli perché «a Brindizi, et in quelle terre marittime lì circumvicine, li è grandissima peste.» [Lettera di A. Cortesi a E. d’Este, scritta in Venezia il 12 giugno 1480].

«Da ciò si può inferire che la scelta di Otranto non sarebbe stata affatto occasionale né condizionata dai venti contrari, ma piuttosto voluta a monte della spedizione, con la consapevolezza che – oltretutto – Brindisi era insidiata dalla peste, nonché presidiata da una discreta guarnigione aragonese e – da non sottovalutare – giungere a Otranto e non a Brindisi avrebbe anche favorito la benevola neutralità di Venezia col rispetto della clausola contenuta nel trattato di pace del gennaio 1479, relativa all’obbligo per le navi turche di non superare la linea Saseno-Otranto». [Zacchino V. “Brindisi durante l’invasione turca di Otranto” – 1978]

La verità certa finora non ci è stato dato di conoscerla e i dubbi sul perché di quell’eventuale mancato assalto turco a Brindisi probabilmente non verranno mai dissipati. Storicamente certo è invece che proprio durante i mesi della presenza turca in Terra d’Otranto, Brindisi riassunse importanza strategica e divenne la base naturale della riscossa aragonese. Il re Ferrante agli inizi di febbraio del 1481 «mandava molti maestri de legnamme et altri a Brindese per fare una fortecia in su al porto per guarda de quello porto et de la armata dove la raguna al presente»: si trattava dell’avvio dei lavori per la costruzione del castello Alfonsino. Il 25 febbraio dal porto di Brindisi salpava l’armata cristiana per contrastare il Pascià di ritorno a Valona e nelle acque di Saseno otteneva una vittoria che risollevava il morale della depressa cristianità, che così si assicurava il controllo dell’Adriatico.

Brindisi si era “per poco, ma definitivamente” salvata dall’invasione turca e gli Aragonesi prima e gli Spagnoli dopo, rafforzarono a più riprese le sue difese dai pericoli provenienti dal mare: difese poderose che per secoli e in più occasioni scoraggiarono e contrastarono vari tentativi d’assalto: turchi, veneziani, francesi, inglesi…

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.