Insediamenti Calabri e Sallentini nella ricostruzione storica di Nazareno Valente (resa grafica di Eugenio Corsa)

di Nazareno VALENTE

Il Salento assurge agli onori della storiografia quando Erodoto1 mette in parallelo la Scizia, l’Attica e la Iapigia per evidenziare che nella prima la propaggine estrema, vale a dire la Tauride, è abitata dai Tauri, popolo di diversa etnia degli Scizi, a differenza di quanto avviene per le altre due penisole le cui terre terminali, il Sunio e lo sperone al disotto della linea tracciabile da Brindisi a Taranto, ospitano genti rispettivamente della stessa stirpe degli Attici e degli Iapigi.

In effetti lo storico di Alicarnasso non fornisce il nome della zona, o quello del popolo che vi risiede, si limita solo a caratterizzarne l’area geografica, indicando che essa è quella parte della Iapigia («Ἰηπυγίης») divisa appunto dall’istmo che va dal porto di Brindisi a Taranto («ἐκ Βρεντεσίου λιμένος ἀποταμοίατο μέχρι Τάραντος»).

In un successivo passo fornisce però maggiori precisazioni2. Infatti, in una delle sue peculiari digressioni («παρενθήκη») narra che i Cretesi, per vendicare la morte del loro re Minosse, avevano fatto una spedizione in Sicilia senza però riuscire ad ottenere il risultato voluto. Al ritorno, sorpresi da una tempesta mentre si trovavano presso la costa Iapigia, furono scagliati sulla terraferma dove, essendosi spezzate le navi, si videro costretti a fondare Hyrie ed a diventare Iapyghes Messapioi.

Egnazia, affresco cavaliere sallentino-messapico

Erodoto evidenzia così la derivazione egea della popolazione — visione per altro poco accreditata presso gli studiosi moderni che riconoscono invece origini illiriche — e l’etnico in uso al momento in cui egli scrive (V secolo a.C.), vale a dire Iapigi Messapi. È però Tucidide3 a chiarire ulteriormente i termini della questione, quando narra del sostegno di centocinquanta lanciatori di giavellotto iapigi di stirpe messapica («τοΜεσσαπίου θνους») ottenuto dagli ateniesi, impegnati nella spedizione in Sicilia condotta da Demostene ed Eurimedonte.

Ora, sebbene qualche fonte sembri in apparenza utilizzare la denominazione etnica di Iapigi quale sinonimo di Messapi4 mentre altre, all’opposto, la adoperano per identificare un popolo del tutto distinto5, nella gran parte dei testi risulta ricorrente la raffigurazione dei Messapi come suddivisione degli Iapigi. La tradizione maggiormente accolta è infatti quella che prevede la ripartizione degli Iapigi in Dauni, Peuceti e Messapi i quali ultimi occupavano la Messapia, i cui confini erano appunto all’incirca delimitati dall’istmo che collega Brindisi a Taranto.

Tale percezione diviene sempre più esplicita in età ellenistica fino a trovare una sua compiuta definizione nella tradizione divulgata da Nicandro di Colofone6 il quale narra come Licaone, che ebbe per figli Iapige, Dauno e Peucezio, raccolto un grosso esercito in gran parte composto da Illiri guidati da Messapo, giunse sulla costa adriatica e scacciò gli Ausoni. Effettuata la conquista, divise l’esercito e il territorio in tre parti, denominati in base al nome di chi li comandava, Dauni, Peucezi e Messapi, e la regione che si protendeva nella parte estrema dell’Italia al di sotto di Taranto e Brindisi fu chiamata Messapia.

Si tratta, in definitiva, della ripartizione canonica della regione Iapigia in Daunia, Peucezia e Messapia, accolta anche da Polibio7 e da Strabone che, però, fornisce ulteriori preziose indicazioni di carattere etnico-geografico8. Il geografo pontico ci informa infatti che la denominazione geografica di Messapia è di origine greca («Μεσσαπίαν καλοῦσιν οἱ Ἕλληνες»), e conseguentemente lo stesso non può che valere per il termine etnico di Messapi, mentre la gente del luogo («ἐπιχώριοι») ripartisce la Messapia nel territorio dei Salentini («Σαλεντῖνοi») e in quello dei Calabri («Καλαβροὶ»).

Ricostruzione grafica di scene di vita sallentino-messapica

Veniamo così a conoscenza d’un aspetto importante: le denominazioni etniche Kalabroì e Salentinoi ed i coronimi Kalabrìa e Salentine non sono d’origine greca ma di matrice epicoria. Tali nomi troveranno poi corrispondenza nelle fonti latine del tempo nelle voci: Calabri, Sallentini, Calabria, mentre nessun vocabolo latino sembra essere stato coniato quale corrispettivo del termine Salentine (il quale per altro nelle fonti narrative greche è attestato un’unica volta in Strabone9) in genere reso dagli autori con locuzioni del tipo: «in agro Sallentino», «in Sallentino», «per Sallentinum agrum», «in Sallentinis», «in Sallentino agro». Come dire che per le due popolazioni indigene che dimoravano nella penisola erano utilizzati etnici distinti e, di fatto, un solo coronimo, facendo così corrispondere in sostanza la Calabria alla Messapia, di là dalla circostanza che il territorio prevedesse due distinte zone etniche d’influenza.

Significativo in tal senso un passo in cui Livio, riferendosi al Capo di Santa Maria di Leuca, che si trova nel territorio dei Salentini, lo indica espressamente come «Calabriae extremum promunturium», quindi estremo promontorio della Calabria10. E non è certo questa una particolarità dello storico patavino ma un modo di procedere che accomuna gli autori latini. Senza elencare tutti i casi notati, basteranno un paio di significativi esempi: Plinio11, indicando la distanza della «secunda regio» dal Capo Lacinio, afferma che a tale promontorio si contrappone la Calabria in forma di penisola («adversam ei Calabriam in paeninsulam emittens») e anche Varrone parla di Calabria12, pur quando tratta di luoghi da lui stesso dichiarati in precedenza abitati dai Salentini.

All’opposto, Livio non usa mai la voce Calabri, che considera sempre inclusi nel termine Sallentini, cui assegna così un uso estensivo13, imitato in tal senso, oltre che dai suoi epitomatori, anche da Frontino14.

Leporano, Parco archeologico di Satùro

In definitiva si potrebbe a questo punto ipotizzare che il mondo latino faccia in pratica corrispondere la nozione geografica di Calabria al concetto greco di Messapia e, sia pure non in maniera esclusiva, l’etnico Sallentini quale sostituto del termine Calabri, anche quando questo è palesemente più preciso. In altre parole, il Salento non pare un concetto geografico ancora percepito, e lo stesso vale pure per le fonti narrative greche, con l’eccezione di Strabone. Il Salentine di Strabone sembra infatti aver avuto vita effimera, presumibilmente sovrastato dalla pianificazione statistico-amministrativa concepita da Augusto per la penisola italica, che finì per condizionare l’assetto geografico, e la relativa terminologia, anche per i secoli successivi.

In linea generale, i termini epicori sono attestati molto raramente nelle fonti greche, che continuarono a privilegiare quelli di derivazione greca, e, con limitata frequenza, anche tra gli autori latini, almeno sino alla fine dell’età ellenistica. A partire dal I secolo a.C. essi ebbero invece maggiore diffusione, soprattutto nelle fonti latine ed in particolare dal periodo augusteo, quando, non a caso, si volle accantonare la terminologia di matrice greca per valorizzare quella d’origine autoctona. I termini di origine greca non furono però del tutto dismessi e continuarono ad avere una qual certa diffusione specialmente tra gli autori di lingua greca.

Il riscontro temporale più alto si ha in età ellenistica in un frammento con il quale Rintone15, un poeta greco vissuto a Taranto che utilizzava spunti mitologici nelle sue tragedie, afferma letteralmente che la Kalabrìa è la regione della Messapìa. Bisogna invece attendere le fonti del I secolo a.C. per la prima attestazione del termine Salentini.

Lo Pseudo-Probo16 ci riporta infatti un frammento in cui Varrone racconta la genesi della nazione salentina: il cretese Idomeneo, cacciato da Blanda, giunse con il suo esercito nell’Illirico dove ottiene dal re Divitio ulteriori armati e, insieme ad essi, strinse patti d’amicizia con un gruppo di profughi Locresi. Giunto infine nella penisola salentina, fondò diverse città tra cui «Uria» e «Castrum Minervae».

Nello stesso frammento Varrone fornisce i motivi che giustificano il nome di Salentini assegnato a questo popolo con la circostanza che il patto d’amicizia tra i tre popoli diversi (Cretesi, Illirici e Locresi) sia stato stipulato «in salo», vale a dire in mare.

La triplice origine Cretese, Illirica e Locrese è ribadita da un frammento di Verrio17 conservato presso Festo, nel quale è riaffermato pure che i Salentini traevano il loro nome dal mare («Salentinos a salo dictos»), e sempre in tal senso si esprime Paolo Diacono18 nel compendio all’opera Di Festo («Salentini a salo sunt appellati»). Strabone19 e Solino20 riportano invece la tradizione che vuole i Salentini di sola origine cretese.

Sembrano mancare analoghe tradizioni sulle origini dei Calabri, salvo non si voglia considerare che l’uso diffuso del termine Salentini le abbia in parte oscurate e magari incluse in quelle attestate per questi ultimi, sia pure nelle sole linee generali. Occorre in aggiunta rilevare che le leggende di fondazione invece abbondano per la città calabra di gran lunga più importante, vale a dire Brindisi, le cui origini, pur non applicabili automaticamente ai Calabri tutti, forniscono presumibilmente un qualche elemento comune. Senza entrare nel dettaglio, si ricordano per Brindisi tradizioni di origini cretesi (Strabone21, Lucano22); etoliche (Giustino23) e greche (Isidoro di Siviglia24) con diverse varianti e sfumature.

Ma una tale mancanza potrebbe avere motivazioni più recondite.

Giuseppe Nenci25 riconduce infatti la nascita del termine Kalabroì allo stato di belligeranza costante vissuto da questo popolo con i vicini greci di Taranto. Egli afferma infatti che il termine greco Kόlabros o Kàlabros (il porcellino) era applicato loro dai Tarantini per sottolineare che avevano a che fare con dei barbari, degli umili porcai e pastori. Il vocabolo era quindi usato in senso spregiativo e su di esso erano state costruite denominazioni ancor più sprezzanti quale ad esempio, kolabrίzesthai (essere trattato come calabro, cioè come uno schiavo, rendendo così i due termini equivalenti) attestato nel periodo alessandrino in un traduttore del Vecchio Testamento. Nenci ritiene pertanto che siano stati i tarantini a coniarlo e che proprio queste umili origini abbiano inibito la formazione di tradizioni e miti.

Una tale ipotesi tuttavia, per altro in contrasto con quanto attestato da Strabone sulla matrice indigena del termine, mostra il fianco a due facili critiche. La prima: sembra piuttosto bizzarro che un popolo, mai sottomesso ai Tarantini, possa aver deciso di scegliere proprio il nome da questi ideato per screditarlo26; la seconda: risulterebbe contraddittoria la decisione dell’apparato augusteo di valorizzare le componenti italiche puntando però, invece che su etnici di matrice epicoria, su voci di origine diversa, e per giunta dotate di riconosciuti significati negativi.

Di conseguenza appare di gran lunga più verosimile l’ipotesi che, nel corso delle frequenti lotte, i tarantini abbiano voluto caricare di contenuti denigratori l’originale denominazione indigena, così come sovente avviene nei confronti d’un nemico, e che non siano stati pertanto loro a confezionare il termine.

I tentativi tarantini di screditare i loro rivali non ebbero per altro eccessivo successo, tant’è che Augusto e la sua cerchia, nel delineare un possibile scenario geografico delle popolazioni italiche, utilizzarono in maniera diffusa le tradizioni indigene. Il coronimo Calabria identificò così in maniera inequivocabile l’attuale penisola salentina (e non solo) e godette di buona fortuna ben al di là del periodo romano.

Lo Zeus di Ugento, presso il museo MarTa di Taranto

Per quanto riportato, la Calabria indigena, e in seguito romana, veniva così a combaciare con la Messapia greca, di là dal fatto che la regione vedesse stanziati due gruppi sostanzialmente distinti ma che, come visto, a volte venivano formalmente identificati con l’unico vocabolo di Salentini. L’uso d’un solo coronimo, e spesso quello di un unico impreciso etnico, rende ancor più vago un tema di per sé già difficile da affrontare, vale a dire l’annoso problema di definire con una qualche precisione quali erano i luoghi d’insediamento dell’uno e dell’altro gruppo.

A tal proposito, va infatti ricordato che, sebbene l’istmo tra Brindisi e Taranto fosse assunto a base della penisola, i confini geografici non corrispondevano necessariamente a quelli etnici, per cui i Calabri si estendevano anche a nord di Brindisi, sino a raggiungere quasi la città di Egnazia, che comunemente è ritenuta in territorio Peuceta. A sud poi di Taranto occorre considerare gli insediamenti che la colonia greca era riuscita a strappare e che quindi, da un punto di vista etnico, non potevano più considerarsi né Calabri, né Salentini. I diffusi contrasti con la colonia greca e la stretta comunanza tra i gruppi autoctoni rendevano poi ancor più vaghi dei confini di per sé stessi indefinibili, soprattutto nelle zone interne che risultano, di conseguenza, di non facile attribuzione.

Infine, ai problemi pratici si aggiungono quelli documentali. C’è infatti da evidenziare che si può contare su notizie d’un qualche dettaglio solo a partire dall’epoca augustea, in prevalenza grazie alle opere dei geografi del tempo.

Iniziamo appunto con un geografo, Strabone27, che si dimostra alquanto generico indicando unicamente che la terra dei Salentinoi è «attorno a Capo Iapigio» — lasciandoci così intendere che gli insediamenti Salentinoi sono limitati attorno al Capo di Santa Maria di Leuca — e che il resto della regione è abitato dai Calabroì.

Un po’ più dettagliato si dimostra Pomponio Mela il quale precisa che, superate le città di Bari, Egnazia28 e Rudiae29, si è già in Calabria30, dove si trovano: Brundisium, Valetium (Valesio), Lupiae (Lecce) e Hydrus (Otranto), e, andando oltre, le terre dei Sallentini. Mela indica infine Callipolis (Gallipoli) città greca.

Claudio Tolomeo31 elenca invece in maniera analitica le maggiori città d’insediamento dei due gruppi, distinguendole in aggiunta tra quelle che si trovano sulla costa e quelle che dimorano nell’entroterra. Tra i Calabri inserisce così sulla costa adriatica: Ydrus (Otranto), Louppίai (Lecce), Brentésion (Brindisi) e nell’interno: Stournoi (Ostuni), Oureton (Oria). Nelle terre dei Sallentini inserisce sulla costa Akra Iapygίa (Promontorio Iapigio) e nell’interno: Roudίa32 (Rudiae), Néreton (Nardò), Alétion (Alezio), Bausta (Vaste), Ouxenton (Ugento) e Ouéreton (Vereto).

Con molta più ricchezza di particolari affronta la questione Plinio33, con il limite però che i suoi passi sono risultati spesso corrotti e quindi non del tutto affidabili. Ciò nonostante, senza entrare nello specifico, per non perdersi in sterili congetture, utilizzeremo ai nostri fini solo i dati comunemente ritenuti affidabili.

Possiamo così, almeno in prima istanza e in base ad una esclusiva interpretazione letterale dei brani d’interesse, aggiungere tra le località Salentine: Anxa (Gallipoli)34, Soletum35 e Manduria36 e tra quelle Calabre: Caelia (forse Ceglie Messapico)37. Oltre a queste abbiamo una serie di località di difficile identificazione, vale a dire tra le Salentine: Senum38, della quale si può solo affermare che era a nord di Neretun (Nardò), e tra le Calabre: Statio Miltopes39 (forse San Cataldo), Portus Tarentinus40 e Fratuentum41 (a sud di Lecce).

Tuttavia, come già evidenziato per Livio, anche Plinio utilizza il termine Sallentini in maniera non troppo precisa e, a volte, estesa ad altri gruppi etnici. È quanto per esempio avviene quando indica Egnazia dapprima «in Sallentino oppido»42, vale a dire tra le cittadine Salentine, e in un secondo tempo finisce per collocarla più propriamente in pieno territorio dei Pedicoli43, quindi al di fuori della Calabria. Lo stesso accadde quando, nell’elencazione dei popoli che seguono territorialmente quelli stanziati nella Magna Grecia44, egli cita i Sallentini, i Pedicoli, gli Apuli, i Peligni e i Frentani, tralasciando perciò i Calabri proprio perché li ritiene di fatto inclusi tra i Sallentini.

Sufficiente tutto ciò a far sorgere il sospetto che in un’analoga imprecisione egli sia incorso con Manduria e forse anche con Senum. E vediamo perché.

Come già riportato, Strabone caratterizza il territorio dei Salentinoi con l’espressione «τὸ περὶ τὴν ἄκραν τὴν Ἰαπυγίαν»45, circoscrivendolo quindi geograficamente alle sole zone intorno al promontorio Iapigio. Ora, se si considera che Otranto, poco distante dal Capo di Santa Maria di Leuca, è già in territorio Calabro, si deve di conseguenza ritenere che la terra dei Salentini si sviluppasse per un tratto più o meno analogo anche lungo la costa ionica e, quindi, con ogni probabilità, non talmente esteso da poter occupare tutto il litorale sino ai confini con Taranto46.

Se non bastasse, in un altro passo sempre Strabone47 chiarisce esplicitamente che Brindisi, quand’era governata dai re, si vide togliere buona parte del suo territorio («χώρας») dai Tarantini guidati da Falanto. La zona, di cui la Taranto lacedemone s’era impossessata, faceva pertanto parte degli stanziamenti brindisini e quindi, in definitiva, dei Calabri. È così ragionevole ipotizzare che sul litorale ionico i Tarantini confinassero con i Calabri e non, come ritenuto, con i Salentini. Non a caso gli attriti vedevano di solito coinvolte Taranto e Brindisi, ed era con i Calabri che la colonia greca sfogava il proprio odio coniando espressioni offensive. Un chiaro sintomo quest’ultimo d’uno stato di tensione continua.

Il tutto consente in definitiva di ritenere con una certa convinzione che erano i Calabri ad occupare la parte delle coste ioniche prossime al territorio tarantino. E se così è, a maggior ragione doveva essere Calabra la zona di Manduria, visto che si trovava nella parte interna prospiciente, addirittura più a nord della possibile linea di confine tracciata sullo Ionio.

Per Senum si sa solo che era a nord della salentina Neretun (Nardò): troppo poco per formulare un’ipotesi quantomeno attendibile. Non resta pertanto che considerarla Salentina, come si fa di solito.

Chiusa questa lunga parentesi, riprendiamo il nostro lavoro di collazione delle fonti.

Dallo Pseudo-Probo ricaviamo l’indicazione di Castrum Minervae48 (probabilmente l’attuale Castro) da aggiungere tra le città Sallentine; grazie alla Tabula Peutingeriana e, in un periodo più alto, a Clearco, possiamo invece classificare altre due città Calabre, rispettivamente Scamnum49 (forse Mesagne) e Karbina50 (Carovigno).

Dirimiamo infine la questione di Rudiae, posizionata dai precedenti autori in differenti zone, concedendo credito ad Ovidio51 ed a Silio Italico52 i quali, nel ricordare che la città ha dato i natali ad Ennio, riconoscono in maniera esplicita le origini calabre del poeta53.

Non ci resta adesso che riepilogare il tutto in uno schema riassuntivo dove, per maggiore fruibilità, s’è ricorso ai toponimi attualmente in uso, salvo nei casi di dubbia attribuzione per i quali s’è mantenuto il termine originario, semmai seguito tra parentesi dal nome della città di presumibile individuazione.

Località Calabre: Ostuni, Carovigno, Caelia (forse Ceglie Messapico), Brindisi, Scamnum (forse Mesagne), Oria, Manduria, Valesio, Lecce, Rudiae, Statio Miltopes (forse San Cataldo), Fratuentum, Portus Tarentinus, Otranto.

Località Salentine: Soleto, Vaste, Castrum Minervae (probabilmente Castro), Vereto, Capo di Santa Maria di Leuca, Ugento, Alezio, Gallipoli, Nardò, Senum.

Nella cartina allegata abbiamo infine tracciato anche i possibili confini degli insediamenti Calabri e Salentini.

Ci sono due ultimi aspetti che meritano d’essere affrontati.

Abbiamo già ipotizzato che pare una conseguenza della politica augustea se, tra i vari termini utilizzati a caratterizzare in senso geografico la penisola, prese sempre più piede quello di matrice epicoria. Le denominazioni Iapigia e Messapia caddero infatti in disuso nel mondo narrativo latino, lasciando il passo al nome Calabria che meglio valorizzava la popolazione locale. Non pare invece aver mai avuto un seguito il Salentine che Strabone, sia pure in maniera episodica, aveva elencato tra le possibili voci abilitate a determinare la regione.

Così, da un punto di vista geografico, c’era un uso esclusivo del vocabolo Calabria, al più surrogato, se meglio si voleva caratterizzare gli stanziamenti salentini, con un giro di parole che impiegava il relativo etnico, del tipo «in agro Sallentino» o espressioni simili. E questo (naturalmente con l’esclusione di Strabone) valeva anche per i geografi, che pure erano in grado di distinguere in maniera non generica il territorio Calabro da quello Salentino.

Forse c’era un motivo valido — e cercheremo di farcene un’idea in un altro intervento — che spingeva gli autori latini ad utilizzare in prevalenza la voce Sallentini anche quando si dimostrava del tutto inappropriata. In tal senso il più estremo è Livio che, come già detto, impiega il vocabolo Calabria quale denominazione geografica ed in maniera esclusiva l’etnico Sallentini per identificarne gli abitanti.

Ora, non potendosi credere che gli storici, e in particolare Livio, ignorassero che si trattava di due etnie distinte, l’unica ragione verosimile è che il termine Sallentini fosse più facilmente riconoscibile dai lettori e che, in definitiva, fosse questo un espediente narrativo per non creare incomprensioni.

Un’ultima curiosità riguarda la collocazione di Portus Tarentinus sul versante adriatico. Appare infatti strano che, in un clima di belligeranza diffuso, i Tarantini abbiano potuto costituire un’enclave in pieno territorio calabro, senza sollevare il benché minimo dissenso da parte dei Brindisini. Sembra pertanto più plausibile ritenere che tale deduzione sia avvenuta piuttosto in un momento in cui le due città avevano interessi convergenti, magari perché si trovavano a fronteggiare un nemico comune. Ci fu soprattutto una circostanza che forse fu in grado di mettere d’accordo Taranto e Brindisi: l’intensificarsi delle scorrerie con cui i pirati creavano grossi disagi ai commerci che si svolgevano sulla rotta di Otranto e sul basso Adriatico.

Magari sarà solo un’indicazione suggestiva, tuttavia perché non pensare che Portus Tarentinus possa essere una delle due sconosciute colonie fondate da Siracusa per rendere sicure le vie commerciali di navigazione54?

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Note
1 Erodoto, Storie, IV 99, 5.
2 Erodoto, cit., VII 170, 1-2.
3 Tucidide, La guerra del Peloponneso, VII 33, 3-4.
4 diodoro siculo, Biblioteca Storica, XI 52, 1-5.
5 polibio, Le Storie, II 24, 10-11.
6 nicandro di colofone, conservato presso antonino liberale, Metamorfosi XXXI, fr. 47 Schneider.
7 polibio, Cit., III 88, 3.
8 Strabone, Geografia, VI 3, 1.
9 Strabone, cit., VI 3, 5.
10 livio, Dalla fondazione di Roma, XLII 48, 7.
11 plinio il vecchio, Storia Naturale, III 11, 99.
12 varrone, De Familiis Troianis, fr. 1 Peter, Apud servio, in Vergilii Aeneidos, II 166.
13 livio, cit, IX 42, 3-4; X 2, 1-4; XXIII 48, 3; XXIV 20, 16: XXVII 36, 13; XXVII 40, 10. Ed inoltre nel sommario del Libro XV.
14 frontino, Stratagemmi, II 3, 21.
15 rintone, fr. 19 Kaibel, apud esichio, Glossario, k 380, s.v. Καλαβρίαν.
16 varrone, Antiquitates rerum humanarum,III fr.VI Mirsch, Apud ps –probo, in Vergilii Bucolica, VI 31. In effetti, sia pure di sfuggita, il termina appare in CATONE (III secolo a.C – II secolo a.C.), Sull’agricoltura, VI 1, quale varietà di ulivo: la Sallentina.
17 verrio flacco, Sul significato delle parole, fr. apud festo, Sul significato delle parole libri XX, in Dacier, vol. II, Londra, pp. 807-808.
18 Sempre in Dacier, p. 808.
19 Strabone, cit., VI 3, 5.
20 solino, Raccolta di cose memorabili, 2, 10.
21 Strabone, cit., VI 3, 6.
22 lucano, La guerra civile., II vv. 607-612.
23 giustino, Epitome delle storie Filippiche di Pompeo Trogo, XII 2, 5-7.
24 Isidoro, Le etimologie ovvero le origini, XV 1, 49.
25 nenci, Kolabrίzesthai (Vet. Test., Job, 5, 4), Annuari della Scuola Normale Superiore di Pisa, XII 1, pp. 1-6, 1982.
26 compatangelo, Un cadastre de pierre: le Salento romain, Annales littéraires de l’Université de Besançon, Parigi, 1989, p. 33.
27 Strabone, cit., VI 3,1.
28 plinio il vecchio, Cit., II 107, 240, la pone, come vedremo, dapprima tra le città Sallentine; poi, in III 11, 102, tra i Pedicoli.
29 In effetti, Rudie si trovava nei pressi di Lecce e quindi è erroneamente collocata in Peucezia.
30 pomponio mela, Corografia, II 66.
31 Tolomeo, Geografia, III 1,11-12 e 67-68.
32 Silio italico, Punica, XII 396, la indica invece calabra.
33 plinio il vecchio, cit., III 11, 99-105.
34 plinio il vecchio, cit., III 11, 100.
35 plinio il vecchio, cit., III 11, 101.
36 plinio il vecchio, cit., II 103, 226.
37plinio il vecchio, cit., III 11, 101. Elencata però nella Peucezia da Tolomeo, cit., III 1, 64 .
38 plinio il vecchio, cit., III 11, 100.
39 plinio il vecchio, cit., III 11, 101.
40 plinio il vecchio, cit., III 11, 101.
41 plinio il vecchio, cit., III 11, 101.
42 plinio il vecchio, cit., II 107, 240.
43 plinio il vecchio, cit., III 11, 102.
44 plinio il vecchio, cit., III 5, 38.
45 Strabone, cit., VI 3, 1.
46 L’ipotesi comunemente accettata è quella che colloca le cittadine salentine lungo tutta la costa ionica sino a lambire i confini tarantini, oltre al breve tratto adriatico tra Otranto e il Capo di Santa Maria di Leuca.
47 Strabone, cit., VI 3, 6.
48 varrone, cit.,III fr.VI Mirsch, Apud ps –probo, in Vergilii Bucolica, VI 31.
49 Tabula Peutingeriana, VI 5 – VII 2.
50 clearco, Apud ateneo, I sofisti a banchetto, XII 23, Lipsia, 1834.
51 Ovidio, Ars Amatoria, III 409.
52 Silio, Le guerre Puniche, XII 393-397.
53 Silio, Cit., XII 395-396, è il più esplicito con il luogo « hispida tellus miserunt Calabri».
54 diodoro siculo, Cit., XVI 5, 3.

Nazareno VALENTE
Ha studiato Scienze Statistiche ed Economiche presso Università degli Studi di Padova, dove poi ha lavorato. Appassionato di storia e lettore di saggi sull'antichità greca e romana. Sportivo, gli piace correre.