Lecce, mappa pubblicata nel “Regno di Napoli in prospettiva” dell’abate Giovanni Battista Pacichelli, nel 1703

di Gianfranco PERRI

“LA JUNEIDE” è un poema dialettale di anonimo leccese in dodici canti – rinvenuto in un volume manoscritto che contiene anche una ‘sciunta’ – il cui titolo completo è “La luneide, o sia Lecce strafurmata, culle laudi de lu Juni. Puema eroecu dedecatu alli signuri curiosi”. Nella ‘sciunta’ ci sono anche due sonetti scritti in italiano con il titolo “Composizioni altre dell’istesso autore in occasione dell’elezzione del Sindico nel 1768, cascata in persona del sig. Juni”, scritti evidentemente prima del poema, che infatti prende spunto proprio da episodi accaduti durante l’esercizio dello Juni come sindaco di Lecce. L’aggettivo ‘strafurmata’ riferito a Lecce, vuol significare stravolta, nel senso di cambiata di forma e di connotati.

E chi fu mai questo sindaco Juni, meritevole – o comunque ispiratore – di due sonetti e di un intero poema? Giuseppe Romano, tale era il suo vero nome. Barone di Surbo ed ex percettore della Provincia di Terra d’Otranto, cioè esattore provinciale. Brindisino vissuto nel secolo XVIII, nato e cresciuto a Brindisi, e per ragioni sconosciuteci trapiantatosi a Lecce. Genetico precursore settecentesco, aimè, di non proprio pochissimi tra i pubblici amministratori succedutigli nelle nostre città.

«Uomo di meschino ingegno e di ristretta fortuna, ma non privo di furberia e di altri mezzi necessari ad aprirsi una strada, passato a Lecce prese ad aspirare al sindacato, facendosi sostenere dal popolo a cui promise mari e monti, nonché di render Lecce la fontana de’ commestibili». [Francesco Antonio Piccinni Cronache Leccesi]

Anche nella Cronaca dei Sindaci di Brindisi 1529-1787 di P. Cagnes e N. Scalese è citato Giuseppe Romano, proprio in funzione di precettore della provincia:

«…il dì 20 gennaro 1745, il sindaco di Brindisi Sisto Greco cogli eletti Demetrio Tarantino e Obbedienzo Vavotici, furono carcerati in castello per ordine del precettore Giuseppe Romano, perché era rimasta la città debitrice alla Corte in ducati tremilacinquecento circa, e perché si supponeva che i suddetti governanti avessero dissipato ed occupato il peculio universale. Il suddetto Tarantini, povero e miserabile, dopo il suo governo si vide in varia auge e, soprattutto, scandalizzava i cittadini perché con vari sotterfugi non voleva dare i conti dell’amministrazione, mentre gli altri due carcerati furono inetti…».

Nel 1757 Giuseppe Romano aveva acquistato il feudo di Surbo dal nobile napoletano Livio Pepe, che poi passò in proprietà della famiglia Patrizi, anch’essa di Brindisi, fino a che nel 1806 il re di Napoli Giuseppe Bonaparte abolì il feudalesimo in tutto il regno. Qualche tempo prima, come altri nobili e altri sindaci di Lecce, Romano era stato tumulato nel convento di Santa Maria del Tempio – sito nei pressi della piazza Tito Schipa – alla fine adibito a caserma e finalmente demolito nel 1971.

Baia e porto di Brindisi. Olio su tela di Filippo Hackert, 1789

In quella seconda metà del secolo XVIII, tornato il regno di Napoli sotto gli Spagnoli dopo la trentennale parentesi austriaca, e lasciato Carlo III il trono di Napoli per quello di Spagna, l’amministrazione cittadina di Lecce attraversava anni convulsi, caratterizzati da una lotta aspramente combattuta tra i due ceti urbani, quello dei civili e quello dei nobili, che se ne disputavano il controllo, con avvicendamenti incerti, e non sempre indolori. L’una e l’altra fazione avevano finito con colmare la città di violenze, di arbitri e di vendette, tanto che era dovuta intervenire la Regia Corte per poter ammansire la situazione, riuscendo infine ad imporre una equa ripartizione delle cariche amministrative fra i rappresentanti dei due ceti.

Per l’anno 1767 la nomina a sindaco era ricaduta su Giuseppe Saverio Libetta, appartenente al numericamente dominante ceto civile.

Per subentrare al Libetta, il 25 maggio 1768 fu designato in qualità di appartenente al ceto nobile Giuseppe Romano, la cui elezione però, poiché a tenore degli statuti cittadini egli avrebbe dovuto appartenere alla nobiltà leccese, fu impugnata a causa della sua notoria origine brindisina. Ma finalmente, la sua assunzione al sindacato di Lecce nell’agosto di quel 1768 fu imposta dal popolo, specialmente dagli operai, e fu salutata con esuberanti festeggiamenti, premonitori dei tempi – pomposamente promessi dal Romano in campagna elettorale – di benessere diffuso e di tranquillità che per l’afflitta città sarebbero giunti d’immediato.

Non passò molto però, e cominciarono le disillusioni quando si vide come il Romano nei suoi atti si facesse guidare più dal proprio interesse che da quello dei suoi amministrati. Il tutto in un’annata che, data la scarsezza dei raccolti, era stata tristissima. Ciò nonostante, Romano tanto seppe manovrare e manipolare che scaduto il termine del suo mandato riuscì a farsi riconfermare per un secondo anno. E sembra che fu proprio allora che si moltiplicarono le sue stravaganze e le sue scrocconerie, scontentando anche quelli che lo avevano favorito, tanto che alla fine fu costretto a rinunciare alla carica di sindaco, che riassunse il suo stesso predecessore Libetta.

Ebbene “La Juneide” è un poema dialettale satirico che ha per protagonista il sindaco Romano, non si sa come mai soprannominato Juni, scritto da un contemporaneo dei fatti che sfoga il suo probabile disappunto contro quel sindaco ‘forestiero’ facendolo oggetto di una lunga e prolissa satira, molto probabilmente stimolata e facilitata dalle di lui frequenti e risapute birbonate e malefatte. L’opera è stata pubblicata, parzialmente, su due numeri della Rivista Storica Salentina del 1908: Anno V, il Num. 5-6 e il Num. 10-11-12.

«Dal punto di vista artistico-letterario, la parte episodica del poema – in cui si sciorinano aneddoti, sciocchezze e bricconerie che si riferiscono al balordo e interessato amministratore di Lecce – è di un pallore sconfortante, né a ravvivarla riesce lo stile dialettale non indegnamente adoperato dall’autore.
La rende insopportabile la prolissità che domina tutto il componimento. Eppure, dalla lettura di questo si è indotti a pensare che al nostro anonimo non mancavano tutte le qualità per essere un buon poeta vernacolo: il colorito scherzoso è talvolta felicemente adoperato; né mancano nella composizione tratti di umorismo che provocano il riso, sebbene di tanto in tanto, per lo sforzo di ottenere a ogni costo un effetto di comicità, si cada nel puerile: il verso scorre senza contorcimenti e chiuso da rime non ricercate.
Si direbbe infine d’esser quasi innanzi a un improvvisatore, con la naturalezza e la fluidità, ma anche col disordine e le lungaggini proprie di chi parla più che di chi scrive. Un merito non si può contestare al nostro anonimo: la fedeltà con cui egli ha riprodotto il dialetto nelle sue frasi caratteristiche e nella sua vera pronunzia.
È inoltre d’interesse notare come a circa un secolo e mezzo di distanza, l’aspetto del dialetto leccese non appare affatto mutato: togliendo alcune frasi che non s’odono più ai nostri giorni, il resto pare fresco come se fosse stato scritto ieri da uno dei nostri poeti popolari.
Dal punto di vista storico, il poema è un documento eloquente dei pettegolezzi, degli intrighi e dei difetti ond’era accompagnata la vita municipale leccese nella metà del secolo XVIII, e completa bene il quadro che di quei tempi ci ha lasciato nelle sue cronache interminabili il Piccinni.
Ma, a parte ogni melanconia, si deve riconoscere che pettegolezzi, intrighi e difetti non erano una particolarità di quei tempi soltanto, riscontrandosi anche oggi nelle nostre città di provincia».
[Salvatore Panareo Rivista Storica Salentina – Anno V, 1908]

Brindisi, mappa pubblicata nel “Regno di Napoli in prospettiva” dell’abate Giovanni Battista Pacichelli, nel 1703

In quanto più concretamente al contenuto del poema, a mo’ d’introduzione si lamenta la prevalenza dei forestieri, cioè dei non Leccesi, negli uffici pubblici, la corruzione nella vita amministrativa e la miseria generale – e non solo materiale – dei tempi. E quindi, si commenta come lo Juni si atteggiasse più che a sindaco, a signore di Lecce e facesse a meno di qualsiasi consiglio eccetto di quelli della sua donna.

Al voler poi tentare una qualche selezione, la variegata parte episodica del poema comporta solo l’imbarazzo della scelta: Si racconta che nella carestia che imperversò in Lecce dopo la sua elezione, poiché gli premeva di rifarsi presto delle spese occorse alla sua elezione, Juni si dedicò a fare concorrenza ai mercanti comprando da essi il grano per rivenderlo a carissimo prezzo. Segue il racconto di un curioso e rapace sequestro di carne che il sindaco, ritenutala un contrabbando, fece a danno di un povero diavolo il quale, accompagnato da un avvocato, reclamò invano la restituzione della carne per poi lo Juni, malgrado le sue smargiassate e per paura di qualche guaio, accettare di risarcire il proprietario della carne, venendo così fuori dalla faccenda con non poca vergogna. Annusando odore di guadagno facile nell’ospedale comunale, con procedere leguleio il sindaco furbetto impedì la nomina dei rettori e rimase amministratore unico dell’istituto, facendo e disfacendo tutto per secondare il proprio interesse. Quando venne a mancare l’esattore comunale, lo Juni pensò bene di coprire anche quella carica, acquistando sempre più pratica nel maneggio degli affari e nello sfruttare la cosa pubblica a suo interesse. Si racconta anche del tentativo fatto dallo Juni di concorrere a una cattedra d’insegnamento, della sua rinuncia al momento dell’esame e dell’aria di dottore che si diede per giustificarla. Eccetera, eccetera.

Alla vittoria dello Juni per la rielezione a sindaco però, e nonostante le feste proclamate – racconta il poema – i Leccesi non s’abbandonarono a dimostrazioni gioiose e mancarono i fuochi d’artificio e le scampanate che avevano accolto la sua prima elezione, e persino l’aria volle protestare cominciando a piovigginare. Juni poi, lo testimonia la storia a proposito del sindaco Romano, dovette rinunciare a completare il suo secondo mandato. Mentre il poema, così si chiude: “De Sindecu lu Juni cchiui no fface; recumeterna all’arma e schatta ‘m pace”.

In quel 1768-69 a Brindisi – che apparteneva alla provincia di Terra d’Otranto del Regno di Napoli sul cui trono regnava Ferdinando IV di Borbone – era sindaco Gregorio Lanza del ceto nobile, era governatore lo spagnolo Giuseppe Moghetano ed era arcivescovo Giuseppe De Rossi. La città contava 6.609 abitanti, in decrescita a causa delle critiche condizioni sanitarie conseguenti al progressivo impaludamento del porto interno: 2.989 nell’area della parrocchia della Cattedrale, 1.074 in quella di Santa Lucia o Trinità, 1002 in quella dell’Annunziata già Santa Maria del Monte e 1.544 in quella di Sant’Anna; ne contava inoltre altri 700, tra monaci e monache regolari, militari, massari, giardinieri, passeggeri e pellegrini. I maschi erano in tutto 3.120 e le femmine 3.489.

Gianfranco PERRI
Brindisino, professore universitario e ingegnere progettista di gallerie. Appassionato studioso, scrittore e divulgatore della Storia di Brindisi, autore di numerosi articoli e vari volumi di storia brindisina. Residente a Miami, ma fedele e assiduo frequentatore di Brindisi e del Salento.