Fregi esposti nel Museo archeologico di Castro
Particolare dei fregi esposti nel Museo di Castro

Gli scavi archeologici di Castro, nell’area del Santuario di Atena, posto sul promontorio iapigio, insieme alla statua della dea Atena, hanno consentito il ritrovamento di sculture di fregi decorativi di balaustre, cornicioni o superfici più ampie del tempio, raffiguranti elementi vegetali, come foglie d’acanto e tralci di vite, abitati da figure umane e animali, simbolo della fecondità della natura, scolpite nella pietra e svolgentisi in forma voluta, per questo dette “a girali”.

Francesco D’Andria

Le sculture, rinvenute negli ultimi anni, durante gli scavi nel parco archeologico di Castro, diretti dall’archeologo tarantino Francesco D’Andria, docente emerito di Archeologia dell’Ateneo salentino ed Accademico dei Lincei, nonché direttore della missione archeologica italiana a Hierapolis, in Turchia, risalirebbero al IV secolo avanti Cristo, e, come ha spiegato lo stesso D’Andria, rappresenterebbero le prime esperienze di lavorazione della tenera pietra salentina che ha dato poi vita, tra il XVI e XVIII secolo, allo splendore del barocco leccese.

«Si tratta della stessa pietra leccese – racconta D’Andria ‒ facilmente modellabile sotto le abili mani degli scalpellini. Questo ha reso possibili le decorazioni dei fregi a girali, motivi vegetali elaborati che ornano molti dei reperti ritrovati nel parco archeologico, e che testimoniano come anche nell’antichità la pietra, che poi farà le fortune degli artigiani e degli artisti del periodo barocco nelle chiese di Lecce, era già utilizzata per realizzare l’Athenaion di Castro e le sue splendide statue».

Le sculture rinvenute a Castro sono un originale greco, opera di un’officina tarantina della scuola di Lisippo, dove si era insediata una colonia spartana. «É probabilmente proprio a Castro – spiega D’Andria – che questi artisti greci, abituati fino ad allora a lavorare marmo e carparo, scoprirono le potenzialità della pietra leccese, creando le prime opere con questo materiale, non a caso caratterizzate da uno stile ricco, che anticipa le creazioni dell’arte barocca».

L’intuizione dell’archeologo Francesco D’Andria apre quindi uno scenario suggestivo nel quale il barocco leccese viene collocato nella culla della civiltà magno greca. È nel terzo libro dell’Eneide, in cui Virgilio racconta del primo sbarco in Italia di Enea, che si consacra, circa 2500 anni fa, la presenza di un Athenaion, un tempio di Minerva sulle coste adriatiche del Salento, a Castrum Minervae. Durante i suoi frequenti viaggi tra l’Italia e la Grecia, Virgilio avrà, dunque, visto più volte svettare quel santuario sul promontorio iapigio, come un faro per i naviganti, e ammirare quelle sculture barocche ante litteram. Ed è stato proprio quel brano che ha spinto, nel 2000, il gruppo di archeologi dell’università salentina, guidati da D’Andria, a considerare alcuni reperti, ritrovati durante gli scavi per la rete fognaria, come l’indizio della presenza di un sito greco a Castro.

«Le scoperte continue durante gli scavi – racconta D’Andria – ci portarono a scoprire numerosissimi oggetti del santuario che fu molto probabilmente devastato da Annibale durante le sue campagne contro i romani, mentre era alla ricerca di metalli preziosi contenuti proprio nell’Athenaion. Tutto però divenne ancora più certo quando fu scoperto il busto in pietra della statua di Athena, simile alla statuetta bronzea ritrovata agli inizi dello scavo. Era il 2015 e dalla ricostruzione di 3 metri e 40 che ne abbiamo fatto, si può ipotizzare che si tratti della più grande statua che sia stata trovata nel territorio dell’antica Magna Grecia».

La statua di Minerva nel museo di Castro