di Adelmo GAETANI

Come ha ricordato nei giorni scorsi, sulle colonne di “Quotidiano”,  Lino De Matteis, autore di “Storia del Grande Salento”, il libro che ha rilanciato il dibattito sul futuro del territorio jonico-salentino, il 29  gennaio scade il triennio di validità del Protocollo d’intesa, sottoscritto dai sindaci di Brindisi, Taranto e Lecce per la stesura di un Piano operativo (Masterplan) con la definizione degli obiettivi prioritari da portare a realizzazione attraverso un’azione politico-amministrativa convergente.

E’ toccato al rettore dell’Università del Salento, Fabio Pollice, presiedere il Tavolo interistituzionale chiamato a varare il Piano strategico che doveva avvalersi delle competenze storiche e tecnico-scientifiche accademiche. Ma, sino ad oggi, a pochi giorni dalla scadenza del Protocollo non ci sono segnali di alcun tipo. Può essere che i lavori siano a buon punto e che quest’ultimo mese e mezzo serva per sistemare gli ultimi dettagli; come pure che si sia accumulato un ritardo tale da spegnere qualsiasi previsione ottimistica.

Ad ogni buon conto, il giorno della verità è vicino e non vorremmo che anche questa volta, dopo i fallimenti del 1999 e del 2007, il terzo tentativo di tenere accesa la luce su un movimento interprovinciale facesse la stessa fine, quasi a voler ridare credito al vecchio adagio “non c’è due senza tre”, a dispetto della necessità di coltivare un sano spirito interprovinciale confederativo per cambiare lo stato delle cose presenti.

Non nascondiamolo, c’è chi si chiede: è davvero stringente e ha un segno di concretezza l’idea di mettere a sistema le tre Province del Sud Puglia, seppur all’interno della cornice regionale presente? Oppure è solo un vaniloquio, teso a resuscitare una vicenda storica morta e sepolta, nel momento in cui l’autosufficienza di ciascuna Provincia è affermata, irreversibile e anche portatrice di buoni risultati?

Al primo interrogativo è facile rispondere Sì, così com’è facile rispondere No al secondo interrogativo.

Da una parte c’è una visione di futuro del Sud Puglia, come un’Area vasta integrata, identitaria ma aperta, e quindi più performante sul piano dell’ammodernamento infrastrutturale, delle attività produttive e dell’innovazione tecnologica, dello sviluppo dei poli culturali e di ricerca, dei servizi messi a sistema per favorire e gestire flussi turistici in costante crescita, cose queste che la renderebbero più forte ed efficiente sui mercati nazionale e globale.

Dall’altra parte, c’è un coagulo di perplessità e disinteresse, conseguenza della mancanza di un pensiero autonomo che porti a valutare, decidere e fare ciò che è giusto per il bene del territorio. Si percepisce un senso di impotenza, di sottomissione: in fondo, è il retropensiero di quel meridionalismo piagnone abituato sempre a chiedere ascolto al potente di turno – che risieda a Roma o più a Sud, poco conta – sempre pronto a trasformare quelli che sarebbero e sono i suoi diritti in richiesta di favori, solo per tappare qualche buco di una gestione politico-amministrativa insufficiente e inadeguata perché mancante dell’autorevolezza e della forza di un insieme di realtà territoriali capaci di programmare in modo condiviso il proprio futuro e di muoversi lungo una chiara traiettoria comune.

C’è chi è convinto che i casi Ilva a Taranto, Enel a Brindisi, Xylella a Lecce e altrove; e ancora,  il deficit infrastrutturale (è il caso di ricordare l’odissea della Bradanico-Salentina?),  la carenze dei servizi essenziali – dai trasporti alla sanità, all’istruzione – i ritardi nei processi di crescita sociali ed economici che portano alla fuga sistematica dei giovani con ulteriore impoverimento di città e comuni, possano essere risolti nell’isolamento di ogni singola realtà e che ogni tentativo di fare sistema non porterebbe a nessun risultato utile. C’è chi, prigioniero del passato, pensa “chi fa per sé fa per tre”, ma c’è anche qualcuno che non lo pensa, ma finisce con adagiarsi su questo modo autolesionistico di procedere.

Sono vecchie abitudini da debellate. Il rinchiudersi in se stessi non porta a nulla di buono, in generale; meno che mai quando si tratta di affrontare i problemi di comunità vaste in sofferenza alle quali vanno garantire risposte, all’interno di una pianificazione strategica in grado di invertire le tendenze negative in atto.

In definitiva, è quello che si proponeva, e si propone pensiamo, il Protocollo d’intesa tra Brindisi, Lecce e Taranto, dal quale doveva venir fuori il Masterplan con precise indicazioni sulle cose da fare e relativa operatività.

Il tempo del Protocollo è agli sgoccioli, per evitare il terzo fallimento consecutivo di intenti unitari, sarebbe cosa buona, se non lo hanno già fatto nei giorni scorsi, che Istituzioni jonico-salentine e Unisalento si riunissero per decidere se e come procedere nell’interesse di territori – integrabili per storia, cultura ed economia – che vogliono rompere l’isolamento e diventare una innovativa piattaforma di crescita che può guardare con rinnovata fiducia sia al Mediterraneo che all’Europa.

Adelmo GAETANI
Laureato in Filosofia, diventa giornalista nel 1981. Ha svolto la sua attività professionale nel "Quotidiano di Lecce, Brindisi e Taranto" e per oltre un decennio ha ricoperto l'incarico di Caporedattore centrale. Attualmente è Editorialista. Nel corso degli anni ha collaborato con varie testate giornalistiche.