Marcello FAVALE
Ho imparato a leggere i giornali nel segno di Quinto Ennio, non nel senso che me lo ha insegnato il grande poeta latino, ma solo che è stato a causa di un impegno scolastico nella scuola media che frequentavo, la scuola media “Quinto Ennio”, appunto. Non solo. Il tutto è avvenuto davanti alla colonna che, nella piazzetta davanti a Porta Rudiae, ricorda – ormai solo a pochi – proprio il poeta, orgoglioso di essere nato a Rudiae: “nos sumus Romani qui fuimus ante Rudini”. Ebbene è stato in quel luogo che, a tredici anni – siamo nel 1960 – ho incominciato ad amare i giornali, accostandomi all’edicola di Benito Monaco per acquistare un foglio protocollo (costava 10 lire) per il tema in classe. Fui catturato dalla notizia – in bella mostra su tutte le prime pagine dei giornali appesi davanti all’edicola -. dell’elezione di John Kennedy a Presidente degli Stati Uniti. Mi ricordo che mi fermai a leggere le didascalie delle foto. Non comprai il giornale – non ero ancora abituato – ma entrai subito in sintonia con Benito Monaco, l’edicolante, paragonando l’elezione del nuovo presidente americano con quella del nuovo sindaco di Lecce, il sen. Agrimi, che, mi disse Benito, aveva sostituito in quei giorni l’ultimo sindaco monarchico di Lecce, che si chiamava Nacucchi. Da quel momento l’edicola “di Porta Rudiae” è stato il mio balcone sul mondo, dal quale mi affacciavo ogni mattina scendendo dal pullman che mi portava da Monteroni, dove vivevo, a Lecce, come centinaia di altri ragazzi della provincia, per frequentare prima le medie, con l’indimenticabile prof. Michele Carducci, e poi il Liceo “Palmieri”, nella nuova sede, appena inaugurata, in viale degli Studenti. Ecco perché mi si stringe il cuore vedere adesso la “mia” edicola, la mia seconda casa, sbarrata come tante a Lecce, nella consapevolezza che nulla sarà più come prima, almeno per me.

Davanti a quell’edicola ho passato intere mattinate, anche quando ho imparato che i giornali prima si comprano e poi si leggono. Da liceale ho avuto modo di arrivare a scuola – era la prima metà degli anni 60 – con la voglia di parlare di quello che su di essi avevo letto davanti all’edicola di Porta Rudiae,. Le copie della Gazzetta del Mezzogiorno, insieme al Corriere dello sport, al Corriere della Sera, erano sotto gli occhi di tutti, a raccontare le gesta del Lecce di allora che giocava ancora al “Carlo Pranzo”. Ma il mondo cambiava ancora più velocemente con la morte di Kennedy a Dallas, l’escalation della guerra del Vietnam, e poi la prima sonda Mariner arrivata su Marte mentre io, in quei mesi del 1965, preparavo la maturità. Da lettore accanito avevo incominciato a trasformarmi in autore di brevi articoli sul “Pungolo sportivo”, un foglio verde tutto dedicato allo sport che Tommaso Corallo, arbitro e poi giornalista, aveva messo a disposizione degli sport della provincia, compreso il mio, il basket, anzi la pallacanestro, come si titolava in quegli anni. Iniziò da quegli anni, sempre più intenso, il rapporto tra giornalaio e aspirante-giornalista, con Benito che mi segnalava le notizie e i problemi del microcosmo di Porta Rudiae, tra mercatino, bar ed edicola, che qualche volta finivano sulle pagine leccesi della Gazzetta del Mezzogiorno con la quale avevo incominciato a collaborare. Era la fine degli anni 60 e con Benito Monaco commentavamo la mattina le manifestazioni, le cariche della polizia, gli arresti di 190 braccianti agricoli salentini, ma anche il Lecce che, nonostante fosse entrato nel nuovo stadio, non riusciva ad uscire dal purgatorio della serie C per entrare nel calcio professionistico. Ma poi bisognava studiare per laurearsi e proprio mentre avveniva lo sbarco sulla luna, nel 1969, io cercavo di non distrarmi per preparare la tesi su “Bilancio e prospettive della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo”, Diritto Internazionale, relatore il prof. Ferrari Bravo, con la quale mi sono laureato immaginando una irrealizzabile e irrealizzata carriera diplomatica.
Cresceva intanto la mia voglia di scrivere, oltre che leggere, i giornali. Mio padre, che non aveva molta fiducia nella carta stampata, mi mise in guardia “Ti stai inventando un mestiere – mi disse serio – ma non so quanto ti servirà”. Per non deluderlo cercai di …aprire le ali. Trovai lavoro presso la compagnia Aerea ITAVIA, che aveva aperto uno scalo a Galatina per la tratta Roma-Lecce-Corfù. Intanto Lecce cresceva, accoglieva finalmente un’industria, la Fiat-Allis, macchine di movimento terra, per 600 operai, primo importante nucleo industriale della città. Dall’aumentato numero delle copie vendute dei quotidiani, si capiva che la gente aveva incominciato a prendere coscienza della necessità di essere informati, non solo dalla TV. Il mio amico Benito era contento, anche perché lo sport dava una mano concreta alla diffusione. Il Lecce finalmente vinceva e convinceva. In quegli anni vinse il campionato di C, la Coppa Italia semiprofessionisti e la Coppa anglo-italiana, spinto dai gol di Loddi e Montenegro, e questo aumentò il numero dei lettori dei giornali nella città e la voglia dei leccesi di leggere dei propri beniamini, anche sui quotidiani nazionali.
Erano nate, intanto, le radio private. Ci inventammo un mestiere, tutti giovani aspiranti giornalisti, e ci lanciammo a capofitto in questo nuovo mondo, ma il legame con l’edicola di Porta Rudiae divenne sempre più stretto. Le notizie cercavamo di pubblicarle prima di leggerle sui quotidiani, e a volte ci riuscivamo. Era nato, intanto, Quotidiano di Puglia, nel 1979, regalando al Salento un altro importante punto di vista nella realtà di una città e di un territorio che hanno visto, proprio in quegli anni, un rilancio, anche turistico. L’edicola di Porta Rudiae ha continuato ad essere parte importante del quartiere negli anni 80 con la signora Rina Coppola, subentrata, insieme ai figli, a Benito, e diventata, ben presto, per il suo tratto cortese e coinvolgente, “di famiglia”. Sono passati da Porta Rudiae anche gli anni 90, con la Sacra Corona Unita, un attentato al treno Lecce-Zurigo. Qualche sparatoria serale, tanto per non farsi mancare niente, mentre la piazzetta diventava progressivamente collettore di tutto un mondo in trasformazione, con l’arrivo di tanta gente di etnie diverse che, in tutta armonia e senza operazioni di rigetto, ha saputo inserirsi nel tessuto sociale del quartiere. L’edicola, con Christian, il più giovane dei figli della signora Rina, ha continuato ad illustrare, con le locandine e gli “strilli” dei giornali, una società che cambiava. Poi la rivoluzione: l’arrivo dei cellulari, l’affermarsi dei social, la necessità “indotta” di essere informati “minuto per minuto”, sulle piccole come sulle grandi cose, hanno tolto progressivamente importanza alle edicole. Fino a qualche settimana fa, quando Christian ha avvertito quei pochi di noi rimasti affezionati alla “preghiera laica” quotidiana, (come l’aveva definita un grande Direttore): “si chiude”. Aveva trovato un altro lavoro in una città lontana per guardare avanti, al suo futuro. In altri tempi, lo confesso, mi era passata per la mente la possibilità di passare dall’altra parte del banco, da giornalista a giornalaio. Ma indietro non si può tornare. Bisogna andare avanti, allungando il cammino per cercare, seppur a malincuore, un’altra edicola, tra le poche rimaste. Come disse quello: “E’ la stampa, bellezza, e tu non ci puoi fare niente…”.


















